martedì 16 dicembre 2014

I carrettieri. I musichieri

I carrettieri
 
"Non vengo Paolo. Sto giù. Non servirei a molto". La voce bassa e flemmatica, il conte ci comunica che non verrà. "Gabri ma ė sempre la stessa storia! Cazzo! La vuoi smettere?", insisto solo perché mi diverte polemizzare con lui. Ma tanto già so che ė una battaglia persa. Gabri se ne va in Liguria da Franco e ci abbandona, ha bisogno di curarsi lo spirito. Ormai siamo abituati a queste scenette. Capiremo in seguito come riprendercelo. La strada è lunga da Bari a Nicotera. Poggio il telefono e ho tempo di pensare. Totò. Spero che almeno lui venga. Ė molto complesso mantenere salde le maglie della ciurma. Mejo chiamarlo. "Sei pronto Totò?". Martedì 9 dicembre, 5 del mattino, tra le luci del giorno si improvvisano le montagne che cominciano a mostrare le loro forme in fondo alla curva. Il nero diventa grigio, le emotività si attivano. La macchina sfreccia sola. "Sono pronto, carico le arance e partiamo". Dall'orto dei miracoli pile di cassette in legno man mano si riempiono. La voce sembra sicura. Il cuore pimpante. Sembra che ci sia messi in moto, che il viaggio sia partito. Da nord, con l'abitacolo denso di odori, raggiungo il punto di incontro.
 
Una piazzetta vuota. Il carretto arriva in ritardo come al solito. Io, Giordano. Toto non c'ė. Dice che ci raggiungerà più in là. Nicotera, problemini di manovra, strade strette tra salite e antichità. Curve a gomito, si sfiorano le mura. Il paesino si erge sul lato nord dell'anfiteatro collinare che circonda la piana di Gioia Tauro. Un millennio di storia affacciato ad un paesaggio mozzafiato. Un punto di osservazione privilegiato sulle porte dello stretto. Sotto, quella che gli antenati chiamavano la costa degli dei. Sopra, il monte poro, un altopiano a vocazione contadina che anticipa guardando a sud l'Aspromonte. Tra foreste d'olivo, anziani contadini si poggiano per qualche istante, stanchi della giornata di lavoro, incuranti di ciò che accade nella piana.
 
Dalle terrazze della cittadina vibonese che ci ospita si ha un'ampia visione sulla pianura sottostante una cinquantina di kilometri quadrati principalmente coltivati ad agrumeto, i "giardini" vengono chiamati dagli agricoltori locali. In fondo a questo vastissimo letto verde a pois arancioni un mostro di metallo impegna gran parte dell'attenzione: il porto di Gioia Tauro, qualcuno vocifera tra i più grossi del mediterraneo. Oltre a devastare il territorio circostante, il suo ruolo pare essere quello di smistamento delle merci in circolo per il mediterraneo, dalle grosse navi container in altre grosse navi container. Un ingorgo trafficoso di imbarcazioni tra Scilla Cariddi e le isole Eolie.
 
Giovanni Rosa e Gabriele ci aspettano. Hanno preparato lo spazio per lo sbarco. Tra due costruzioni in cemento uno slarghetto forma il posto di intrattenimento delle terrazze di Martina. Si parcheggia davanti al loro bar. Questa famigliola ha passato gran parte della crescita dei loro due figli nella città meneghina ma da qualche hanno ė tornata. Qui. Giù in Calabria dove la coppia ė nata. E' una giornata di cambusa per noi due carrettieri. E ci viene offerta ospitalità. "Gabri dacci una mano a montare il carretto così ci sbrighiamo". Gabriele è il figlio piccolo, 14 anni. Oggi non va a scuola e si è intrattenuto al bar con il padre. Lo troviamo mentre gioca con Nino, suo coetaneo. "Dai Nì! Vieni pure tu". Pare che non ci sia voluto molto a concederci confidenza. Dopo poche ore si ė già tutti insieme a cucinare il pasto. Antonino fa l'alberghiero e tagliuzzare rosolare impiattare sembra già essere il suo mestiere. Esegue ciò che deve con attenzione, ma il cuore lo ha altrove, continui trillini provengono dal suo cellulare, qualcuno da Vibo lo aspetta. Piccoli cuochi crescono.
 
I due amici sono affiatatissimi e si divertono da matti ad interagire con noi. Non c'ė molto da fare nel paesello, questo si nota. Decidiamo insieme di abbellire con ciò che troviamo il bar dei genitori con un piccolo lavoretto manuale così da passare un altro po di tempo insieme. Si costruisce una paierella all'entrata. Mani si armeggiano di coltelli e pinze. "Ora ho capito come costruire anche una capanna", afferma entusiasta Nino, mentre con occhi vispi intreccia fili e canne. La mente se ne va dietro la pratica. 
 
I musichieri 
 
Gli utensili sono ben puliti, le cibarie sistemate, strumenti, luffe, creme oleoliti stipati. Davanti un mare piatto, barchette in legno oscillano tirando le reti, bar sulla spiaggia fanno da ritrovo per i pescatori. Sulla marina accadono le cose più belle di questo posto. Facce cotte dal sole occhi schiariti dialetti contaminati dalle maree, i lavoratori del mare eseguono una pesca poetica con piccolissime imbarcazioni .colori e segni ne descrivono la storia. Queste figure tese sopra le onde occupano la baia di fronte come braccianti sulla terra, con lo stesso legame diretto, si ripetono in gestualità di fatica. Per portare sulla terraferma pesce azzurro. Aspettiamo i due cantori che ci contattino.
 
"Baná, ti passiamo a prendere a Napoli domani, non ci fa perdere tempo, ti prego". Alberto Marano in arte Banana per vecchie abitudini alimentari, cantore e grande conoscitore delle arti e dei mestieri antichi, ci ha finalmente chiamato. "Non te preoccupâ, paolè basta che mi dai un orario...sto già preparando i tamburi". "Appena Toto se fa vede, partimo. Credo che per l'ora di pranzo siamo da te". Ci guardiamo. I due carrettieri in attesa, attaccando la chiamata e scoppiano in una fragorosa risata pensando a Salvatore che ci sta raggiungendo in bici dall'orto con il cellulare scarico e pochi spiccioli nella sacca. Chissà quando arriverà. E se arriverà. 
 
Quando suona Totò, il cuore si accende, le oscurità della mente si dissolvono dietro tonalità siciliane e il giovane cantore si prende tutta la scena. L'abitacolo della macchina sembra un teatro e chi sta in torno diventa uno spettatore attento. Le parole hanno una profumo dolce che ti circonda tra le note spezziate. Spizzichi di chitarra e lamenti che vengono dalle radici e si ė immersi nel profondo. Siamo sul percorso. La strada ė molto lunga, un semicerchio di 2300 kilometri intorno al Mediterraneo per approdare a Toulouse. E si ha modo di raccontarsi. I due cantori accompagnano pensieri di casa mentre le distanze aumentano. Vibra il tamburo con un suono denso e continuo non lasciando spazio alla pace e le paure si sfidano nei vari dialetti del sud. "Te privaru da libertà, nu putemu scurdari". Frasi che vengono dalla rabbia. "E' u munn campagnuole che sta scumparenn!". E dalla consapevolezza che l'urbanizzazione ci rende soli e inadeguati. Viaggiare assume un senso di sfogo e un modo per rassicurarsi.
 
I Pirenei sul lato sinistro del quadro a tonalità rosee che si impressiona sul parabrezza della jeep. Distese della lanque doc, trenta ore dopo Nicotera il carretto segue le linee autostradali con determinazione trasportando al suo interno Toto, Alberto, Paolo e Giordano. Un mare di pucce, taralli, arance e mandaranci, vino e frise, passate, cesti, panari e tamburi, scope e scopazze, sonarelli, flauti, zappe e zappette. Un mondo così meridionale da sembrare un artificio teatrale. Orgogliosi della bellezza che trasportiamo percorriamo gli ultimi scorci di campagna francese prima di arrivare, come attori in procinto di entrare sul palcoscenico.
 
Paolo Giordano Totò Alberto
 
*** La tappa finale sarà Posillipo, il 20 di dicembre. Il cuoco, un vecchio amico di Giordano, avvocato nel foro partenopeo con la passione per la cucina. Toti! Giordano suggerisce pesce, io frise...fa un pò tu!
 
 

lunedì 8 dicembre 2014

Produzioni diffuse. Kamut e i suoi vari nomi.

Sicilia Occidentale 

"Va bene". Pare che abbia accettato l’accordo Danielone di Alcamo. Fa il pastore da quando ė bambino o da quando suo padre ha deciso che non era più bambino. Ventisette anni, corpo da lottatore di sumo, barba e capelli lunghi. "Si può fare", continua poggiando la grossa mano sul grosso maiale, come se fosse un fedele cagnolino. Qualcuno lo associa ad atti violenti e sprezzanti, ma ha il cuore tenero. Da quando ė stato mandato sulle alture ad occuparsi di pecore, vacche e porci, i suoi sentimenti si sono assestati in uno stato innocuo e gentile. Daniele ė un grande amico di Totò. Dai tempi in cui erano bambini entrambi. "Ė uno di noi, ci si può fidare. Ė un genuino clandestino, come noi! Paolo!". Da quando l'ho conosciuto, Totò mi associa spesso a questo nome bizzarro. Genuino Clandestino. Ci siamo incontrati per l'occasione di un’assemblea di questa giovane rete di contadini dal motto curioso. Anni fa ero molto coinvolto e ora mi sono preso la nomea. Ma in realtà si parla di spirito e motivazioni. Si vede: Danielone sembra uno di noi. Abbiamo finalmente trovato un produttore che asseconda il nostro progetto: lavoreremo insieme una quindicina di tummini a frumento. Noi recuperiamo la semente e i soldi necessari alle spese. Lui, la terra. Il prodotto si spartisce. 

Roma

"Allora, ricapitolando, Giordà prendi nota! Russi’a Perciasacchi". Dal suo ortodi  Alcamo, Totò ci detta i grani che dobbiamo trovare dall'altro lato della cornetta. Paolo guida, Giordano accanto. Il quaderno, il tabacco, le cartine, l'erba. "Ma dove cazzo sta la matita? Perciache? Aspetta Paolo che nun capisco nulla". "Aspetta Totò che non trovamo la matita...Russi’a Perciasacchi, che buca i sacchi. Giordà capito? E Kamut...giusto Sarvatò?". Chiudiamo la chiamata. Siamo a Roma per una consegna d'olio. Ora dobbiamo scovare sementi antiche, andarle a comprare e portarle ad Alcamo. Dieci quintali in tre giorni. Verso sud. Tra una settimana si parte di nuovo: Toulouse, un anno dopo aver fatto il primo viaggio. Karine e Matthieu ci aspettano. Ma questa operazione va conclusa. Da Roma giù verso Matera per recuperare la prima varietà: Kamut non certificato, o Saragolla.

Campagne di Matera

Francesco dice che c'ė poca semente in giro. "Annata di merda!", per l'esattezza. Gli ė rimasto del kamut. 
"Il gioco non vale la candela. Poca la resa, molto scarto, il prezzo poi diventa troppo alto. Una roba di nicchia. Non lo semino! Meglio il Cappelli, ti fa almeno un terzo in più"
"Il Cappelli non ci interessa, meglio la Russi'a. Comunque il Kamut lo prendiamo. Vogliamo provare, due quintali e mezzo". 
Il viso ė magro, pochi capelli, le orecchie vispe come due antenne, gli occhi si incuriosiscono. 
"Che ė sta Russi'a?" 
"Russello. Dovrebbe essere il nome esatto. Grano duro antico, prodotto molto nel sud, in Calabria e in Sicilia. Ho sentito che lo hanno seminato per molti anni" 
Le antenne recepiscono, la mente si illumina, la voce molto morbida racconta. 
“Ho un amico che lo ha seminato. Ora chiamo...Antò, so Francesco. Senti nu poco...ho degl'amici che cercano del Russello. Ne hai seminato un po', come ti è andata? ....uhm....uhm....ottimo....22....come il Cappelli!! Ma ne hai? .....ah......ok! Allora fatti sentire tu!Un abbraccio.". 
Il suo amico non ha ancora seminato, se ne parlerà più in là. Ci terrà a mente. "Credo che ne seminerò anch'io un po’". 
 Mangiamo pasta e cavoli. Judith, la moglie, ci informa dell'imminente approvazione di un progetto per la trivellazione del territorio circostante per estrarre petrolio e dell'impossibilità a reagire data la durezza del decreto che l'impone: lo “sblocca Italia". Dopo queste brutture ci si stringe un po' di più. Abbracci e baci prima di salutarci. Ci ficchiamo in macchina: direzione Catania, fino a Raddusa, cuore della Sicilia. Perciasacchi. Lì Rosi Giuseppe ce ne fornirà un bel po'. Ci troveremo con Totò e completeremo la staffetta. 

Sicilia Orientale 

Strada da Messina a Raddusa, 160 chilometri. Si passa per l'Etna fumante, si gira verso l'entroterra per circa un'oretta. Ė buio quando cerchiamo di ricordare le ultime indicazioni per arrivare da Giuseppe. Molto buio intorno. Si percepisce un vuoto ampio fatto di dune spoglie, colline arate pronte alla semina, viottoli bucherellati. Giù, lontano, una lucetta. Eccola, svoltiamo. I fari di una macchina si accendono. Ė fuori e ci aspetta. Le mani si stringono con energia. L'uomo che abbiamo di fronte fuma una sigaretta, ė alto, slanciato, capelli folti e scuri, il viso longilineo pieno di rughe espressive , che non lo invecchiano. Forse ha 50 anni. Abiti formali. La voce calda e rauca intervallata da nuvole di fumo. 
"Che grano volete?e fatemi capire cosa volete farne. Ma Dove? Quanto ve ne serve?" 
“Abbiamo del kamut. Cerchiamo il Perciasacchi"
"Il Kamut chi ve lo ha dato? Ė registrato? Conoscete la storia?" 
"No Kamut, era solo per intenderci. Chorasan" 
"Anche Chorasan ė un marchio registrato, si tratta della regione di provenienza della semente"
"Saragolla, così ci pare di aver capito" 
La questione si fa seria, la fumata si interrompe. 
"Saragolla è la famiglia di appartenenza ma le Saragolle sono molte e diverse. Anche il Kamut o Chorasan è una Saragolla. Il Perciasacchi ė il Kamut che noi seminiamo in Sicilia da millenni e che io coltivo chiamando con il suo nome di sempre. Ha avuto molti nomi per evitare la questione del marchio registrato." . 
Il computer sul tavolo. Tra una zuppa di ceci che la madre ci ha preparato concludiamo la transazione attraverso un bonifico online. Modernità e tradizione di un progetto di produzione di cereali nel cuore del mediterraneo che ora ė punto di riferimento per molti in Italia. Mail di richieste, curiosità, saluti, affermazioni di stima arrivano sulla sua posta con un ritmo meritato. 
Arriva anche Totò.
Si riparte per la Puglia. 
Ci si rivedrà tra una settimana.
Calabria.
 

lunedì 1 dicembre 2014

Corte sconta



Ci abbiamo messo due anni a costruire il carretto. Non sono stati due anni facili. Litigi, incomprensioni personali ma anche tanta crescita. Ma cosa ci ha effettivamente spinto a crearlo e a muoverci con lui per due anni? Uno - La necessità di avere un mezzo di trasporto per le proprie produzioni. Due - la costruzione lunga mutevole e itinerante. Tre - le relazioni ma soprattutto gli intrecci generati.

Il mezzo

"Che figata sto carretto!", grida una simpatica fanciulla della capitale. "Mamma mia quanto ė bella sta cosa", continua esterrefatta. Lo tocca, concentrata, accarezzando le tavole che formano la base al suo interno. È tutto in legno questo piccolo carro su due ruote. Chiuso, occupa lo spazio di due metri per uno e mezzo. Ora, aperto, sembra un fiore a quattro petali. Ogni parete ha una sua funzione: cucina, palco, tavolo, veranda. Siamo a Roma, ė sabato. La corte è al Mandrione. Un centinaio di metri ed ė Torpignattara, un quartiere che ben rappresenta il passaggio da una civiltà rurale ad una più metropolitana. Casine basse costruite in poco tempo, intervallate da palazzoni di cemento, comunità polimorfe e policrome che innescano processi di radicamento forzato.

Borsetta a tracolla, la ragazza entra nella corte a passo allegro. Uno spazio fuori dal tempo. “’No squarcio della Roma sparita”. Le mura dell'edificio, in terra cruda rossa parzialmente coperte da ponteggi arrugginiti, intorno a due porticine in ferro e legno. Una scala a lato porta ai piani superiori, qualche tavolino. Ancora una famiglia che ci ospita: Giulio e padre. Selezioniamo con cura i luoghi dove offrire ciò che riusciamo a trovare nei nostri viaggi. E questo, dalla prima volta che lo abbiamo visto, ci ha stupito per la sua autenticità. In fondo, un po’ come nel nostro carretto, ci siamo trovati immersi in una nube di nostalgia, di identità residuali.

Il "coso" lo abbiamo finito di costruire dopo aver vagliato attentamente i prezzi di un trasporto per una pedana dalla Sicilia a Toulouse. Troppo cari. Ma, soprattutto, troppo impersonale il mezzo. Era assurdo pensare che le nostre produzioni potessero viaggiare come una qualsiasi altra merce. Volevamo partire anche noi insieme a loro. Avendo provato tutte le scatole possibili per infilarcisi, ci ė risultato più semplice realizzarne una che ci contenesse tutti. Ecco, il carretto. La sua prima forma era molto rudimentale: quattro assi di legno e un telone bianco in PVC. All'interno tavolini e cassette. Dopo circa 10.000 km percorsi, la sua conformazione risulta più complessa. Il retro si abbassa come un ponte levatoio e si trasforma in un palchetto da performance. Il fronte, una volta aperto, ė una cucina con due pianali, due fornelli, due taglieri. I lati sono: un tavolo che si estrae dalla parete aprendo un oblò che lascia spazio narrativo ai paesaggi circostanti ed una verandina cannicciata. Ottimo elemento di frescura ed ottimo per le chiacchiere. Il tetto, a botte, che consente nella sua parte concava di creare un posto per gli utensili (quelli grossi) ė stato realizzato per assomigliare ai caravan che si spostavano nelle praterie americane di fine ‘800. L'interno offre tre posti letto, solo quando non fa eccessivamente freddo. Se no, si cerca ospitalità. Sotto i pannelli che formano il pavimento c'ė la dispensa con le vettovaglie. Le assi sono rimovibili così da estrarre ciò che veramente ci serve. Ogni pezzo di legno arriva direttamente dalla nostra esperienza itinerante. Gli utensili, il cibo, i libri…le compagnie che abbiamo recuperato sono solo espressioni del contesto che per qualche motivo sono entrati a far parte delle nostre suggestioni. Manteniamo costantemente una rotta percettiva senza soluzione di continuità.

I viaggi

Dicembre 2013, verso Toulouse.
Andrea Paolo Giordano Giampietro Totò Gabri partono da Alcamo (Trapani). Un cuoco un contadino un cantore un falegname un panettiere. Come uomini dei tempi antichi si mettono in viaggio in cerca di solidarietà e lasciano le loro terre e le loro mansioni carichi di olio e arance, conserve e pani, vino e musica, parole e progetti. Emozioni precarie sperimentano ricette nuove.

I primi 2000 km sono stati determinanti per capire che lo spostamento innesca un continuo esercizio di metamorfosi che non si può interrompere. La possibilità di scegliere una direzione o un’altra difronte ad un bivio genera la costruzione di un nuovo elemento, aggiunge una storia a questa storia, ne muta il contenuto. Abbiamo così deciso fin da subito che oltre qualche ipotetica meta, tutto il resto sarebbe stato scelto attraverso uno spontaneo e mutevole movimento che ci descrivesse un po' tutti: il passo lento delle pratiche artigianali che concede il tempo di percepire tutte le variabili.

Cigolii, strombettii, stridolii di un mezzo pesante che muove le sue impalcature e le sue meccaniche tra strade appena segnate. Andatura flemmatica. Paesaggi in continua ed impercettibile trasformazione. Comunità scomparse e comunità resistenti. Architetture sommerse. Abbiamo viaggiato con un costante silenzio che sa di abbandono tra le montagne e le valli della penisola, intuendone il senso come percorso di riflessione e crescita. Abbiamo imparato a sfibrare le maglie del tempo, migliorando così il nostro stato di attenzione. Abbiamo incontrato asfalti che tornavano ad essere selciati e abbiamo mantenuto la rotta.

La dorsale appenninica si descrive come un luogo trascurato, potremmo accostarlo ad uno di quei capannoni sul retro delle case che nel periodo della società rurale venivano utilizzati come fulcro delle attività domestiche. Ci si preparava e stipava il cibo per l'inverno, ma ci dormivano anche gli animali. Era il deposito di tutti gli attrezzi ma poteva essere anche un ottimo nascondiglio per uomini e tesori. Oggi, pieni di ragnatele, muffa e polvere, dopo generazioni passate, ad entrarci dentro trovi cose che non pensavi esistessero più. Oggetti d'altri mondi che non ti raccapezzi come siano finiti in disuso, se non altro per la loro concreta bellezza. Ne sei dannatamente attratto.

Nelle alture del centro Italia ciò che respiri oggi è malinconia. Lo abbiamo tenuto dentro questo sentimento, con molta discrezione, usando il nostro linguaggio, incontrando facce nascoste che esprimevano una esistente continuità con quel mondo. Ci sono piantagioni di canapa, transumanze di podalico, grani con nomi essenziali, frutti antichi, strumenti forti che non si rompono, poste, fonti d'acqua e del sapere, sentimenti briganti. Ma anche malattie moderne che dalle piane contaminano come una pioggia acida. Tutta la produzione del castagno che per millenni ė stata fonte di risorsa per innumerevoli comunità montane producendo materiali e cibo ė stata spazzata via da un virus di cinese che si ė spostato con la piantumazione di nuove varietà più grandi richieste dal mercato. Seguendo le cause, arrivi nelle grandi città.

Così siamo arrivati a via degli angeli, alla corte.
Salaria raccordo Tiburtina traffico di porta maggiore semaforo Casilina. E, infine, Mandrione. Il nome di questo quartiere induce a pensare alla presenza di animali da soma. Oggi un mandrione di macchine. Quasi nascosta subito sulla sinistra, venendo da Torpignattara, tra casette confezionate a locali e abitazioni per gente radical, una viuzza ti rapisce. E sei alla corte. Oggi il carretto si ferma qui.

Le relazione 

Giulia suona il violino, Totò vicino. Si accompagnano tra improvvisazione e spartito. Sorrisi e complicità di chi ha un linguaggio affine e forse anche emozioni. Le musiche accompagnano Giordano che monta, Francesco si incazza con Giordano ed impara ad essere uomo, mentre insieme mettono su palchi e palchetti. Gabri prepara e Paolo in disparte osserva e rimugina. Ha il cuore piccante...ė mattino. Si allestiscono scenografie. Giochi ed esercizi. Questa sera, in questa corte, i signori e le dame qui presenti stanno elaborando un racconto: Il carro sarà la loro cornice. Il viaggio, l'ispirazione. le relazioni, il contenuto. 

Dal primo giorno di viaggio la nostra ossessione ė stata creare relazioni determinanti, rifiutando esperienze veloci ed estemporanee. L'esigenza era consolidare. In controtendenza con le teorie moderne di comunicazione, abbiamo cercato persone con cui fosse possibile relazionarsi solo visivamente, in modo che ogni nostro passaggio fosse mosso da un motivo importante. Per noi e per loro. Questo ha generato un flusso travolgente di doveri dei quali oggi siamo dipendenti. Trasportiamo, senza alcun fine commerciale, produzioni e saperi della cultura contadina. Solo per raccontarne il potere culturale. Sì percepisce stando con noi la forte presenza dei vissuti delle persone che abbiamo incontrato. La farina racconta Sauco e l'Irpinia, ma anche i suoi 5 figli e i suoi lunghi baffi, la moglie ballerina e il b&b in costruzione. Così come i legumi di Leonetti raccontano l'abitudine e l'adattamento di una famiglia con le palle. Ecco, sul palco del nostro gioiello sono presenti queste storie che noi offriamo agli amici in forma di musica cucina e narrativa.

Tra i curiosi spettatori ė presente parte dell'assemblea che ha occupato il Teatro Valle. Tra i vecchi compagni c'è “maretta”. Non sono andate giù alcune scelte. Noi però li abbiamo invitati tutti. Perché a volte ci piace provocare. Intorno ad un tavolo tondo, uno di fronte all'altro, sembrano sorrisi. Zuppa di fagioli, puccia e zucca tra le mani, un bicchiere di vino e Mario il poeta per cominciare. Bene relazionale ed economia poetica servita. Il nostro sguardo si sofferma li, guardando Fulvio Orsetta Emiliano Valerio Daniele Lorena Virginia. Li noi abbiamo eseguito la nostra funzione. Tra vicinanze obbligate e parole rimosse si sono guardati in faccia e si sono abbracciati. Come enzimi abbiamo innescato la reazione, ora c'è ne godiamo gli effetti. Sorridiamo entusiasti, per aver ancora una volta partecipato in maniera determinante all'azione.

Ringraziamo a fine serata la ridente città romana per aver spazzolato ogni piatto consegnato, tanto da dover esercitare poca pressione quando abbiamo lavato tutti i piatti sparsi che siamo riusciti a recuperare. A fine serata, da soli come ultimo momento di intimità prima di andare a dormire. Un’ultima frase la spendiamo sul padre di Giulio giù al Mandrione. Ci ha aperto casa con un sorriso e un’ospitalità che non ci aspettavamo. Ci ha cucinato le nostre olive alla sua maniera ma anche un po' alla nostra e anche un po' le sue olive. Ha invitato i suoi amici per giocare a carte, un po’ perché gli assomigliamo un po’ perché era naturale ed ovvio farlo. Insomma ci ha fatto sentire un po’ a casa nostra.

giovedì 20 novembre 2014

Lazio. Leonetti e le sue donne


















L'abitudine al freddo

Nel viaggio verso l'altopiano del Rascino le montagne cominciano a spalmarsi diminuendo le loro altezze. Strade scivolose verso la capitale, tra residui di esistenze rurali e blocchi d'urbanizzazione. Usciamo tra le colline, direzione borgo Santa Lucia, frazione di  Ficiniano, terrazza della valle del Salto, provincia di Rieti. Vincenzo Leonetti ha subìto, come molti altri, il nostro impertinente ritardo. Ci aspetta dalla mattina, freme, ha tanta voglia di raccontarsi. Non ė stato sempre un contadino, viene da un’esperienza fallita come imprenditore di forniture informatiche. La crisi, la politica, la famiglia. Un cambiamento radicale di vita che sembra un po' una fuga. Ma la famiglia Leonetti ha deciso di provare altre modalità di esistere: più uniti, più consapevolezza.

Arriviamo sotto casa sua verso l'ora di pranzo. È già sulla porta, lo abbiamo chiamato più volte prima di arrivare per paura di non trovare la strada. Ė un uomo bassino con un enorme sorriso mal celato dal barbone nero che copre il volto. Neri anche gli occhi che guardano dentro. Saliamo le scale, quasi di corsa. Abbiamo il fiatone a stargli  dietro. Lui è agile, le scale ripide. Al piano terra si aprono la cantina e il deposito delle conserve. Al primo piano l'ufficio, ancora pieno delle scartoffie del precedente lavoro ma molto anche del nuovo. E la cucina. Moglie e figlie (due) sono sepolte da gnocchi di patate. Una quantità di impasto tale da soddisfare l'intero paese. La preparazione del pasto.

Nella casa, che sembra un laboratorio alchemico, ė presente cibo in ogni fase di preparazione. Ci sono piante ed erbe ad essiccare, altre pronte per essere cotte, altre tagliuzzate. Tutto segue una linea studiata di trasformazione. I passaggi elaborati dalla famiglia nel tempo. Sguardi, movimenti coordinati. Una squadra nel lungo e meticoloso lavoro di sperimentazione. La moglie, il capitano. Il marito, l’alchimista che cataloga, recupera, documenta. Tracciare tutto per non perdere nulla. C’è anche un piccolo manuale per le figlie, un quaderno blu ad anelli. Così raccontano le ragazze con sicurezza. Ora stanno tentando di creare la miscela per un caffè a base di ghiande. Da poco hanno elaborato e trascritto la ricetta delle patatine. Come quelle imbustate nei bar. Ma vere. Risultato: ottimo.

Leonetti ci racconta la sua vita come un fiume che straborda, tanta sembra la pioggia che ha dovuto incanalare. Sotto gli occhi ha il quaderno blu ad anelli. Racconta e sfoglia pagine con numeri, date, didascalie, disegni, aneddoti. La storia della famiglia attraverso ricette che non spiegano solo il preparato ma tutto il vissuto che c'è dietro. Un lavoro non solo per la sua famiglia, ma per tutta la comunità. Vincenzo non ė un uomo avaro. Dopo pranzo ci porta barcollando in giro per le valli. Le temperature si abbassano inversamente ai metri in salita. Le strade si diramano tra i castagneti malati dell'Appennino, il tramonto indica la sfumatura. Arriviamo sull'altopiano, dove la famiglia semina legumi e patate (quelle per le patatine). Un vento gelido ci indurisce il pelo ma lo scenario interno da sensazioni forti. Sembra di essere sulla Luna tale ė l'assenza di vita umana. La capacita di adeguamento alle temperature che i Leonetti hanno maturato in questi anni ė la nota caratteriale che ci rimane dentro quando partiamo verso Roma. È come se in questi anni di crisi abbiano anche modificato la loro natura fisiologica. Una famiglia in trasformazione.

Abruzzo. Michel e la sua famiglia

L'arte dell'agricoltura non ė seminare ma saper scegliere la semente per l'anno successivo. Se no, patate mangi...

Abruzzo. Michel e la sua famiglia

Michel lo salutiamo giusto appunto quando sta andando a seminare patate. Ventisette anni, un nome francesizzante nato dalla passione smodata del padre per la Juventus di Platini e agricoltore per scelta a villa San Sebastiano Nova, microscopica serie di casupole tra Tagliacozzo e Avezzano, in Abruzzo. Lo zio, Fabrizio, l’abbiamo conosciuto al Terra Terra e produce pasta a base di Solina (grano tenero antico abruzzese). 

Michel non semina solo, ė un pastore stanziale. Vive con la famiglia ai margini della regione, quando la cadenza comincia a confondersi con quella laziale. La madre – Soraya - ci accoglie con diffidenza. Siamo cinque ceffi con abiti sgualciti e barbe incolte, non c'ė da biasimarla. Ma il carretto è aperto e mette in mostra le sue luffe. "Che so? Salami?", dice tra curiosità e imbarazzo. “No, signora. È una zucca, serve per lavarsi", spiega Salvatore, annoiato dal ripetersi di questa domanda. "Non ci credo", ride lei. "La si può usare per il corpo o anche come pezza per lavare gli utensili”, continua Salvatore. “Una spugna naturale, nulla di più". Cominciamo a generarle simpatia. Ci prepara un caffè. Lo ingurgitiamo e andiamo di corsa verso la loro azienda.

Dicono che ci troviamo a pochi kilometri dal Fucino, una vallata artificiale creata dal prosciugamento del lago da parte della famiglia romana dei Torlonia. Un cambiamento ambientale forzato, a cui si aggiungono le attività intensive di concimazione che pare abbiano depauperato il terreno al punto tale da renderlo sterile. Al centro della Marsica, tra i monti Simbruini e il parco del Sirente  Velino, l'attività rurale di Michel e la sua famiglia è legata a 70 pecore, 19 capre, una ventina di vacche, cui si aggiunge la coltivazione di patate e legumi di ogni tipo. Tutto racconta di un’economia che poco ha a che fare con le odierne dinamiche di consumo. Completano le forze le risorse umane: madre, padre e tre figli, un maschio e due femmine. Nella casa, umile ed essenziale, sono sparsi sacchi di legumi da coltivare. Michel ė determinato, crede nell'autosufficienza. Fisico prestante e faccia da mannaro. Produce tutto ciò che può, ricerca semi con le sorelle ed ė un promettente attore del teatro comunitario di scuola argentina.

Teatro Talia, Tagliacozzo. Un edificio di fine ottocento nel mezzo di un paese deserto. Le porte sono aperte. Entriamo silenziosi: un coro allegro sembra accoglierci. Il gruppo sta provando. L'opera che stanno scrivendo insieme racconta le vicissitudini di Venturini, cantante popolare locale. II nostro arrivo genera curiosi tentativi di interazione. Giovani donne regalano maliziosi sorrisi, il regista sbuffa mentre un buffo attore con la chitarra regge la scena. Le prove finiscono in tarda serata. Non c'ė tempo per mangiare. Dopo qualche chiacchiera, si torna a casa di Michel.

È mattino. Nella cucina di Soraya parliamo un po' di noi e della nostra storia. Sembra condividerne le motivazioni, ma pare che ancora non si fidi. Ricurva sul lavandino, la donna ha tra le mani una nostra bottiglia. Ne toglie il tappo, versa il liquido denso e giallo su un piattino, vi intinge il dito e se lo mette in bocca. Il piacere genera fiducia. Soraya si volta. “È proprio bono st'olio! Se pò barattà?". "Eccome no!?”, risponde Paolo felice. “Se ce dai er formaggio, sicuro!". Affare fatto: formaggio e fagioli in cambio di cinque litri di olio.

giovedì 30 ottobre 2014

Il carretto. Divise e linguaggi.

Partiamo dal genuino il giorno dopo il mercato. Direzione Teramo o TerrAmo come enuncia Mario il poeta, bizzarro personaggio fanatico della decrescita, autore dell'economia poetica che conosciamo da alcuni anni perché ondeggia tra i banchi del mercato e partecipa ai dibattiti durante l'incontro nazionale. Tra i suoi scritti ė giusto ricordare "botanica visionaria" testo accompagnato da illustrazioni fotografiche di immaginifiche istallazioni di natura morta. Siamo arrivati a Pesaro sabato notte, giusto il tempo per saltare tutte le assemblee. Questo viaggio si ė sviluppato un po' in rincorsa rispetto ad un programma che non abbiamo. 


La domenica il carretto dà il meglio di se. Identifica uno spazio dove esprimersi, completa le procedure di apertura e comincia a cucinare. Intorno a lui si muove a passo svelto l'addobbo dei banchi. Il Sauco sciabola il suo caciocavallo e lo spalma su fette di pane integrale, le bolognesi mescolano il calderone di verdure che ribolle, Bio aromatizza l'aria con i suoi "umbreggi", cavatappi suonano musica tribale. Tutto questo mentre Gabriele lentamente capa la bietolina per la minestra. Calmo e assorto come se fosse nella cucina di casa sua. Imperturbabile. Salvatore ispirato prende possesso del palco e le sue note siciliane squarciano l'aria. Musici e giocolieri si aggregano nell'euforia dei colori. Danze moderne completano gli spazi. Il carretto come in un viaggio d'altri tempi trasporta sapori odori e narrative, intrattiene relazioni, lascia sementi, racconta ciò che custodisce al suo interno e lo trasforma. 

Ė notte quando arriviamo da Rosa e Mario a Varano. Non c'ė luce ne elettricità, per scelta, dicono. Il luogo ė meraviglioso, un piccolo borghetto ai bordi di una valle. Uno spazio che ha provato a dare luce a tentativi di riabitazione senza molto successo. Il nostro approdo non ė casuale. Vorremmo invitare Mario - come trasformatore della parola - sabato a Roma dove ci fermeremo per un paio di giorni. Incontreremo alcuni amici che amano la creazione come forma di linguaggio e gli offriremo una cena condita delle nostre storie. Le storie che abbiamo incontrato nel viaggio. I piatti sono in elaborazione con Stefano, un cuoco che ha sposato la causa e ci sta aiutando. Ci fermeremo in un vecchio abitato contadino situato al mandrione. Poi, come dice Mario, ci sarà un happening. "Un happening? Che cazzo ė un happening?", chiede Paolo perplesso a Giordano. "Niente, Paolo. Non ti preoccupare. E' semplicemente qualcosa che accadrà". 

Abruzzo, terra di lupi, di pecore, poche, e di brave persone, tante. Giriamo con il nostro passo lento tra le vette innervate del Gran Sasso, avvolti da una fittissima nebbia generata dalla condensa. Piccoli paesi sulle rive disegnano i limiti del lago di Campo Tosto. Il freddo si fa penetrante. Già la notte prima, nel borghetto di cui sopra, siamo stati costretti ad accendere un gran fuoco per riscaldarci. Un fuoco tale da spingere la piccola comunità esistente a chiamare i carabinieri. "Documenti?". "Prego. Siamo solo agricoltori in ritorno verso casa. Abbiamo olive, formaggio, vino e pane". Il maresciallo scruta dall'abitacolo la divertente ciurma alle prese con fuochi e pentole. "Che preparate?". Il tono ha già assunto un chiaro segnale di simpatia. Scende dalla macchina. "Anch'io sono un contadino". "Olive cotte alla cenere e zuppa di fagiolini...vuole assaggiare?". Senza alcun indugio il militare apre le mani e accoglie i doni. Passano i minuti e i documenti tornano ai proprietari (tutto in regola) ma i nuovi commensali non cennano a muoversi. Si parla la lingua delle pratiche, c'ė chi costruisce lampade a olio fritto, chi sminuzza sponsi e chi sposta la brace in una zona più consona. C'è sintonia anche se si parlano dialetti distanti. Il freddo avvicina gli animi che iniziano a coesistere. Tante chiacchiere di storie antiche e di pensieri moderni riscaldano il cuore. 

Tra le montagne del Gran Sasso il cuore non è sufficiente. Abbiamo bisogno di un posto dove riposare, anche perché il brusco calo di temperatura ha generato accenni di influenza. Il lago che circumnavighiamo ė suggestivo. Passiamo per Campo Tosto e ci fermiamo nella piazzetta in cerca di consigli. Due anziani si avvicinano. Medardo e Alfredo. Chiedono lumi sul nostro carretto ed ė subito scambio: pizza di pecorino e patate per una boccia di vino e una luffa. Si riparte per Mascioni dove ci hanno indicato una locanda per la notte. Mino (da Domenico) arriva completamente in divisa: polizia provinciale de l'Aquila, grigia, color nebbia come quella appena incontrata. Ė il padre della titolare, che dell'albergo non se ne occupa più. Lo convinciamo in un attimo ad affidarci le chiavi della sua cucina. Il carretto regala farina di kamut, pomodorini gialli, melanzane, aglio rosso di Sulmona, qualche erba aromatica. Dopo un'oretta la pasta ė pronta. Apparecchiamo per sei nella sala. A vederci da un altro tavolo sembreremmo una combriccola di amici che si conoscono da tempo e che si narrano aneddoti comuni. Il liquore genziana suona il gong di chiusura della serata.  

Mino ė già sveglio e si fa colazione insieme, giusto un caffè prima di andare ed un ultimo sguardo al carretto e le sue meraviglie. Toto prende una puccia, Francesco una boccia di vino, Gabri e Giordano luffe e passate. Il pernottamento ė stato barattato. Mino ė una gran brava persona e ci piace ricordarlo uscendo dalle montagne.

martedì 28 ottobre 2014

Puglia. Giovanni: trasformazioni ed emozioni



















Giovanni ci aspetta da un po'. Ė in cucina e non spreca il suo tempo. Le mani premono con decisione nel lavandino le ultime verdure estive dell'orto. L'aceto residuo fuoriesce dalla retina che le contiene. Sta preparando le conserve, una montagna di melanzane tagliuzzate omogeneamente, riposate in aceto e poi strizzate con vigoria, fino all'ultima goccia. Domani c'ė il GAS a Lecce e deve sbrigare tutto il necessario. È molto concentrato ma noi siamo in ritardo è questo lo innervosisce.  Campi, Carmiano, Monteroni. Giriamo a sinistra intorno al paese, imbocchiamo la stradina di Sant'Oronzo, passiamo la chiesetta del santo, che non c'ė più. "Veloci, che Giovanni s'incazza". Entriamo. Lui è già la, ci ha sentiti . Sorride. "Avete fame?". 

La  casa che lo ospita ė divisa in due settori specifici: uno per dormire, l'altro per mangiare. Due piccoli e discreti edifici circondati da un giardino di agrumi, fitto e variegato. Un gelso centenario sovrasta alberi da frutta. Una vigna di malvasia bianca e nera, un'infinità di utensili di ogni dimensione e materiale in attesa di comando, fermi come soldati. Giovanni ė nato li, nel mezzo, dove ora abbiamo parcheggiato il carretto. E' difficile definirne l'età. I capelli lunghi e lisci da Cheyenne, il viso serio che sa di oriente su di un corpo tozzo e compatto. Le mani forti. Scendiamo dal carretto ed entriamo nel suo mondo. 

Nella casa del mangiare, subito si mangia. La tavola offre pucce e formaggio, vino e sott'olio. Ci sediamo intorno. Mangiamo voracemente. Prima, una piccola fase di studio, doverosa per chi fa le cose con meticolosità. Poi una densa chiacchierata. "L'inula è un gran peronospororico", dice Giovanni con gran entusiasmo. "Ne siamo pieni ma non so ancora come estrarla". Intorno a lui, immagini di pozioni, preparati, impasti, decotti: sperimentazioni e ricette per una vita in sinergia con il suo regno. Si ha la percezione del rapporto diretto che quest'uomo ha con le sue mansioni, un forte e penetrante senso protettivo cercando di conservare la loro essenzialità senza portarsi dietro il superfluo. Infondo deve economizzarle per portarsele dietro tutte. Ė solo. E le cose sono tante. Tantissime. Nella stanza accanto c'ė un forno grande quanto l'intera parete, il cuore pulsante dell'abitato, un monumento in pietra e mattoncini costruito rigorosamente da lui e null'altro. Anzi no, anche un tavolino e un divano. In questo luogo, domani faremo le pucce. Ora ci distendiamo sulle brande. 
 
La mattina seguente noi stiamo già tutti li in attesa ,quando si presenta il padrone di casa. Pochi istanti e tanti velocissimi movimenti in seguenza e sulla tavola si presenta un frullato di frutta e aloe per cominciare. Biscotti con impasto di marmellata, un caffè mentre lui è già tra farina e lievito madre a preparare l'infornata. Ogni venerdì mattina Giovanni accende il fuoco. Una macchina color crema gira l'impasto. Intorno a noi elementi cominciano ad unirsi creando nuove forme e strutture necessarie per continuare la loro esistenza mentre con cura supervisiona il processo di metamorfosi. Trasformare, nella cultura contadini, ė una pratica molto legata ai processi di conservazione dei propri prodotti. La puccia, infatti, è un impasto fatto con tutto ciò che rimane, più o meno. C'ė cipolla, pomodoro, olive, verdure. Un pane rinforzato. Francesco trasporta grosse frasche d'olivo per preparare la fornace così altre ben cinque o sei attività hanno visto la luce grazie ad un suo cenno: bottiglie di vino vengono risciacquate altre ne vengono riempite, le melanzane entrano nei vasetti difformi e in poco tempo la montagnetta scompare. La cucina prepara il concerto di pranzo con tajetta di verdure al forno e noi da stupiti osservatori cerchiamo di non intralciare il suo fluire. Quest'uomo sembra un maestro d'orchestra che monta sul palco ed ogni mattina innesca questo operoso agire tra i suoi utensili e macchine. I tempi li decide lui e a fine giornata c'ė da stare sereni che nulla ė stato dimenticato.Il  legame personale che Giovanni crea con ogni suo oggetto ė così profondo e determinante che sfiora l'emozione.  

Ė quasi ora di partire, la mattina dopo. Il mercato GAS di Lecce ė andato, come al solito. "Se non ci fosse questo non ci sarebbe nulla", spiega Giovanni quando scambiamo con lui ciò che gli ė rimasto dal giorno prima. Pucce, taralli, biscotti, sott'olii (giardiniera peperone melanzane), vino bianco e rosso (malvasia e negramaro) grappa e nocino. "Si, ma qualcosa te la vendiamo?", incalza Salvatore. "Quello che riuscite, il resto poi si vede". 

Con infinita dolcezza Giovanni chiude lo sportello della macchina e ci saluta. Partiamo per il Genuino Clandestino. Pesaro.

venerdì 24 ottobre 2014

Il carreto vien narrando


Squilla il cellulare. "Cazzo! Che ore sono?". La sveglia era alle 4.30 ma non ha ancora suonato. Lo squillare insistente obbliga a scendere dal letto, muoversi a tentoni, sbattere sugli spigoli presenti nella traiettoria, bestemmiare i santi, giustificare alla moglie il volume della suoneria. "Prooonto?! Sei sveeeglio?". Ė Totò. Accento marcatamente siciliano, anzi alcamese. Voce energica. "Certo! Toto!". 

Fisicità corpulenta e villosa, guscio di attitudini sensibili e instabili. Un contadino, cantore di ventisette anni che pare averne cinquanta. "Sono indeciso se venire o meno. Non so cosa portare". Forse Totò non ha nemmeno dormito. "Passate? Liquirizia? Luffe?". "Luffe! Ecco, si, luffe. Portane tante!". È stata dura convincerlo a partire. Totò, Salvatore Fundarò, si prende cura di un orto millenario perimetrale al santuario della Madonna dei Miracoli: l'Orto dei Miracoli. Un miracoloso angolo di terra. Tre ettari di terreno cittadino estorto con tenacia alla cementificazione. Una striscia di terrazzamenti che accompagna la collina su cui sorge Alcamo. Al suo interno è praticata un'agricoltura naturale ai limiti dell'ortodossia. Non c'ė diserbo, nè chimico né meccanico. Le piante vivono in totale armonia con quelle che noi siamo abituati a chiamare "erbacce". Varietà di ortaggi e frutta coesistono creando un quadro impressionista di notevole suggestione. Rigagnoli di acqua scorrono attraverso un sistema ingegneristico che viene dalla cultura araba. Animali adempiono il loro ruolo esistenziale. "Porta tutto ciò che hai Totò, basta che vieni!".

La telefonata finisce, il fornello si accende. Caffè. Lunga giornata. Ultimi preparativi per la partenza. Un cannone e dieci minuti per capire di essere svegli. Nella testa si costruisce l'abitacolo della jeep rossa che trainerà il carretto: Giordano alla guida, Totò alla chitarra, Paolo e Gabriele alla polemica sull'etica del cibo. 
Gabriele - in arte Conte Zeviani Pallotta - ė  un rampollo della borghesia romana molto attento alle questioni alimentari, come gran parte dell'elite intellettuale. Il Conte ė un consumatore compulsivo di macrobioshop, di quelli che credono che comprando solidal stanno cambiando il mondo o, se non ė possibile, almeno il loro karma o dosha o qualcosa del genere. Per noi il Conte è un fine selezionatore di cibarie sane e nutrienti. Un suo trisavolo di origini cerignolane, Galileo Zeviani Pallotta, ė stato autore alla fine dell'ottocento di un piccolo testo sull'agricoltura: "Lettere Agricole Popolari". Lo si è letto, se non altro per compiacere la madre, discendente dell'intellettuale. Una donna di un incredibile eleganza e dolcezza, degna di aver dato alla luce un Conte, appunto. 
Fuori dalla jeep c'ė Francesco. Si muove a passo di footing. In tuta e scarpe da ginnastica, regge il ritmo lento e continuo del nostro agire. Francesco di Andria, 19 anni vissuti alla velocità di un motorino truccato. Uno di quelli che sfreccia scappando sempre da qualcosa. Nel carretto, abbasserà la media dell'età. E porterà un pò di tatuaggi.
Stasera l'appuntamento è a Monteroni, Lecce. Si farà del pane, si prenderà del vino. Da Giovanni, l'uomo del fuoco, che sta sempre vicino al forno.