L'arte dell'agricoltura non ė seminare ma saper scegliere la semente per l'anno successivo. Se no, patate mangi...
Abruzzo. Michel e la sua famiglia
Michel
lo salutiamo giusto appunto quando sta andando a seminare patate.
Ventisette anni, un nome francesizzante nato dalla passione smodata del
padre per la Juventus di Platini e agricoltore per scelta a villa San
Sebastiano Nova, microscopica serie di casupole tra Tagliacozzo e
Avezzano, in Abruzzo. Lo zio, Fabrizio, l’abbiamo conosciuto al Terra
Terra e produce pasta a base di Solina (grano tenero antico abruzzese).
Michel
non semina solo, ė un pastore stanziale. Vive con la famiglia ai
margini della regione, quando la cadenza comincia a confondersi con
quella laziale. La madre – Soraya - ci accoglie con diffidenza. Siamo
cinque ceffi con abiti sgualciti e barbe incolte, non c'ė da biasimarla.
Ma il carretto è aperto e mette in mostra le sue luffe. "Che so?
Salami?", dice tra curiosità e imbarazzo. “No, signora. È una zucca,
serve per lavarsi", spiega Salvatore, annoiato dal ripetersi di questa
domanda. "Non ci credo", ride lei. "La si può usare per il corpo o anche
come pezza per lavare gli utensili”, continua Salvatore. “Una spugna
naturale, nulla di più". Cominciamo a generarle simpatia. Ci prepara un
caffè. Lo ingurgitiamo e andiamo di corsa verso la loro azienda.
Dicono
che ci troviamo a pochi kilometri dal Fucino, una vallata artificiale
creata dal prosciugamento del lago da parte della famiglia romana dei
Torlonia. Un cambiamento ambientale forzato, a cui si aggiungono le
attività intensive di concimazione che pare abbiano depauperato il
terreno al punto tale da renderlo sterile. Al centro della Marsica, tra i
monti Simbruini e il parco del Sirente Velino, l'attività rurale di
Michel e la sua famiglia è legata a 70 pecore, 19 capre, una ventina di
vacche, cui si aggiunge la coltivazione di patate e legumi di ogni tipo.
Tutto racconta di un’economia che poco ha a che fare con le odierne
dinamiche di consumo. Completano le forze le risorse umane: madre, padre
e tre figli, un maschio e due femmine. Nella casa, umile ed essenziale,
sono sparsi sacchi di legumi da coltivare. Michel ė determinato, crede
nell'autosufficienza. Fisico prestante e faccia da mannaro. Produce
tutto ciò che può, ricerca semi con le sorelle ed ė un promettente
attore del teatro comunitario di scuola argentina.
Teatro
Talia, Tagliacozzo. Un edificio di fine ottocento nel mezzo di un paese
deserto. Le porte sono aperte. Entriamo silenziosi: un coro allegro
sembra accoglierci. Il gruppo sta provando. L'opera che stanno scrivendo
insieme racconta le vicissitudini di Venturini, cantante popolare
locale. II nostro arrivo genera curiosi tentativi di interazione.
Giovani donne regalano maliziosi sorrisi, il regista sbuffa mentre un
buffo attore con la chitarra regge la scena. Le prove finiscono in tarda
serata. Non c'ė tempo per mangiare. Dopo qualche chiacchiera, si torna a
casa di Michel.
È
mattino. Nella cucina di Soraya parliamo un po' di noi e della nostra
storia. Sembra condividerne le motivazioni, ma pare che ancora non si
fidi. Ricurva sul lavandino, la donna ha tra le mani una nostra
bottiglia. Ne toglie il tappo, versa il liquido denso e giallo su un
piattino, vi intinge il dito e se lo mette in bocca. Il piacere genera
fiducia. Soraya si volta. “È proprio bono st'olio! Se pò barattà?".
"Eccome no!?”, risponde Paolo felice. “Se ce dai er formaggio, sicuro!".
Affare fatto: formaggio e fagioli in cambio di cinque litri di olio.
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