giovedì 20 novembre 2014

Abruzzo. Michel e la sua famiglia

L'arte dell'agricoltura non ė seminare ma saper scegliere la semente per l'anno successivo. Se no, patate mangi...

Abruzzo. Michel e la sua famiglia

Michel lo salutiamo giusto appunto quando sta andando a seminare patate. Ventisette anni, un nome francesizzante nato dalla passione smodata del padre per la Juventus di Platini e agricoltore per scelta a villa San Sebastiano Nova, microscopica serie di casupole tra Tagliacozzo e Avezzano, in Abruzzo. Lo zio, Fabrizio, l’abbiamo conosciuto al Terra Terra e produce pasta a base di Solina (grano tenero antico abruzzese). 

Michel non semina solo, ė un pastore stanziale. Vive con la famiglia ai margini della regione, quando la cadenza comincia a confondersi con quella laziale. La madre – Soraya - ci accoglie con diffidenza. Siamo cinque ceffi con abiti sgualciti e barbe incolte, non c'ė da biasimarla. Ma il carretto è aperto e mette in mostra le sue luffe. "Che so? Salami?", dice tra curiosità e imbarazzo. “No, signora. È una zucca, serve per lavarsi", spiega Salvatore, annoiato dal ripetersi di questa domanda. "Non ci credo", ride lei. "La si può usare per il corpo o anche come pezza per lavare gli utensili”, continua Salvatore. “Una spugna naturale, nulla di più". Cominciamo a generarle simpatia. Ci prepara un caffè. Lo ingurgitiamo e andiamo di corsa verso la loro azienda.

Dicono che ci troviamo a pochi kilometri dal Fucino, una vallata artificiale creata dal prosciugamento del lago da parte della famiglia romana dei Torlonia. Un cambiamento ambientale forzato, a cui si aggiungono le attività intensive di concimazione che pare abbiano depauperato il terreno al punto tale da renderlo sterile. Al centro della Marsica, tra i monti Simbruini e il parco del Sirente  Velino, l'attività rurale di Michel e la sua famiglia è legata a 70 pecore, 19 capre, una ventina di vacche, cui si aggiunge la coltivazione di patate e legumi di ogni tipo. Tutto racconta di un’economia che poco ha a che fare con le odierne dinamiche di consumo. Completano le forze le risorse umane: madre, padre e tre figli, un maschio e due femmine. Nella casa, umile ed essenziale, sono sparsi sacchi di legumi da coltivare. Michel ė determinato, crede nell'autosufficienza. Fisico prestante e faccia da mannaro. Produce tutto ciò che può, ricerca semi con le sorelle ed ė un promettente attore del teatro comunitario di scuola argentina.

Teatro Talia, Tagliacozzo. Un edificio di fine ottocento nel mezzo di un paese deserto. Le porte sono aperte. Entriamo silenziosi: un coro allegro sembra accoglierci. Il gruppo sta provando. L'opera che stanno scrivendo insieme racconta le vicissitudini di Venturini, cantante popolare locale. II nostro arrivo genera curiosi tentativi di interazione. Giovani donne regalano maliziosi sorrisi, il regista sbuffa mentre un buffo attore con la chitarra regge la scena. Le prove finiscono in tarda serata. Non c'ė tempo per mangiare. Dopo qualche chiacchiera, si torna a casa di Michel.

È mattino. Nella cucina di Soraya parliamo un po' di noi e della nostra storia. Sembra condividerne le motivazioni, ma pare che ancora non si fidi. Ricurva sul lavandino, la donna ha tra le mani una nostra bottiglia. Ne toglie il tappo, versa il liquido denso e giallo su un piattino, vi intinge il dito e se lo mette in bocca. Il piacere genera fiducia. Soraya si volta. “È proprio bono st'olio! Se pò barattà?". "Eccome no!?”, risponde Paolo felice. “Se ce dai er formaggio, sicuro!". Affare fatto: formaggio e fagioli in cambio di cinque litri di olio.

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