lunedì 1 dicembre 2014

Corte sconta



Ci abbiamo messo due anni a costruire il carretto. Non sono stati due anni facili. Litigi, incomprensioni personali ma anche tanta crescita. Ma cosa ci ha effettivamente spinto a crearlo e a muoverci con lui per due anni? Uno - La necessità di avere un mezzo di trasporto per le proprie produzioni. Due - la costruzione lunga mutevole e itinerante. Tre - le relazioni ma soprattutto gli intrecci generati.

Il mezzo

"Che figata sto carretto!", grida una simpatica fanciulla della capitale. "Mamma mia quanto ė bella sta cosa", continua esterrefatta. Lo tocca, concentrata, accarezzando le tavole che formano la base al suo interno. È tutto in legno questo piccolo carro su due ruote. Chiuso, occupa lo spazio di due metri per uno e mezzo. Ora, aperto, sembra un fiore a quattro petali. Ogni parete ha una sua funzione: cucina, palco, tavolo, veranda. Siamo a Roma, ė sabato. La corte è al Mandrione. Un centinaio di metri ed ė Torpignattara, un quartiere che ben rappresenta il passaggio da una civiltà rurale ad una più metropolitana. Casine basse costruite in poco tempo, intervallate da palazzoni di cemento, comunità polimorfe e policrome che innescano processi di radicamento forzato.

Borsetta a tracolla, la ragazza entra nella corte a passo allegro. Uno spazio fuori dal tempo. “’No squarcio della Roma sparita”. Le mura dell'edificio, in terra cruda rossa parzialmente coperte da ponteggi arrugginiti, intorno a due porticine in ferro e legno. Una scala a lato porta ai piani superiori, qualche tavolino. Ancora una famiglia che ci ospita: Giulio e padre. Selezioniamo con cura i luoghi dove offrire ciò che riusciamo a trovare nei nostri viaggi. E questo, dalla prima volta che lo abbiamo visto, ci ha stupito per la sua autenticità. In fondo, un po’ come nel nostro carretto, ci siamo trovati immersi in una nube di nostalgia, di identità residuali.

Il "coso" lo abbiamo finito di costruire dopo aver vagliato attentamente i prezzi di un trasporto per una pedana dalla Sicilia a Toulouse. Troppo cari. Ma, soprattutto, troppo impersonale il mezzo. Era assurdo pensare che le nostre produzioni potessero viaggiare come una qualsiasi altra merce. Volevamo partire anche noi insieme a loro. Avendo provato tutte le scatole possibili per infilarcisi, ci ė risultato più semplice realizzarne una che ci contenesse tutti. Ecco, il carretto. La sua prima forma era molto rudimentale: quattro assi di legno e un telone bianco in PVC. All'interno tavolini e cassette. Dopo circa 10.000 km percorsi, la sua conformazione risulta più complessa. Il retro si abbassa come un ponte levatoio e si trasforma in un palchetto da performance. Il fronte, una volta aperto, ė una cucina con due pianali, due fornelli, due taglieri. I lati sono: un tavolo che si estrae dalla parete aprendo un oblò che lascia spazio narrativo ai paesaggi circostanti ed una verandina cannicciata. Ottimo elemento di frescura ed ottimo per le chiacchiere. Il tetto, a botte, che consente nella sua parte concava di creare un posto per gli utensili (quelli grossi) ė stato realizzato per assomigliare ai caravan che si spostavano nelle praterie americane di fine ‘800. L'interno offre tre posti letto, solo quando non fa eccessivamente freddo. Se no, si cerca ospitalità. Sotto i pannelli che formano il pavimento c'ė la dispensa con le vettovaglie. Le assi sono rimovibili così da estrarre ciò che veramente ci serve. Ogni pezzo di legno arriva direttamente dalla nostra esperienza itinerante. Gli utensili, il cibo, i libri…le compagnie che abbiamo recuperato sono solo espressioni del contesto che per qualche motivo sono entrati a far parte delle nostre suggestioni. Manteniamo costantemente una rotta percettiva senza soluzione di continuità.

I viaggi

Dicembre 2013, verso Toulouse.
Andrea Paolo Giordano Giampietro Totò Gabri partono da Alcamo (Trapani). Un cuoco un contadino un cantore un falegname un panettiere. Come uomini dei tempi antichi si mettono in viaggio in cerca di solidarietà e lasciano le loro terre e le loro mansioni carichi di olio e arance, conserve e pani, vino e musica, parole e progetti. Emozioni precarie sperimentano ricette nuove.

I primi 2000 km sono stati determinanti per capire che lo spostamento innesca un continuo esercizio di metamorfosi che non si può interrompere. La possibilità di scegliere una direzione o un’altra difronte ad un bivio genera la costruzione di un nuovo elemento, aggiunge una storia a questa storia, ne muta il contenuto. Abbiamo così deciso fin da subito che oltre qualche ipotetica meta, tutto il resto sarebbe stato scelto attraverso uno spontaneo e mutevole movimento che ci descrivesse un po' tutti: il passo lento delle pratiche artigianali che concede il tempo di percepire tutte le variabili.

Cigolii, strombettii, stridolii di un mezzo pesante che muove le sue impalcature e le sue meccaniche tra strade appena segnate. Andatura flemmatica. Paesaggi in continua ed impercettibile trasformazione. Comunità scomparse e comunità resistenti. Architetture sommerse. Abbiamo viaggiato con un costante silenzio che sa di abbandono tra le montagne e le valli della penisola, intuendone il senso come percorso di riflessione e crescita. Abbiamo imparato a sfibrare le maglie del tempo, migliorando così il nostro stato di attenzione. Abbiamo incontrato asfalti che tornavano ad essere selciati e abbiamo mantenuto la rotta.

La dorsale appenninica si descrive come un luogo trascurato, potremmo accostarlo ad uno di quei capannoni sul retro delle case che nel periodo della società rurale venivano utilizzati come fulcro delle attività domestiche. Ci si preparava e stipava il cibo per l'inverno, ma ci dormivano anche gli animali. Era il deposito di tutti gli attrezzi ma poteva essere anche un ottimo nascondiglio per uomini e tesori. Oggi, pieni di ragnatele, muffa e polvere, dopo generazioni passate, ad entrarci dentro trovi cose che non pensavi esistessero più. Oggetti d'altri mondi che non ti raccapezzi come siano finiti in disuso, se non altro per la loro concreta bellezza. Ne sei dannatamente attratto.

Nelle alture del centro Italia ciò che respiri oggi è malinconia. Lo abbiamo tenuto dentro questo sentimento, con molta discrezione, usando il nostro linguaggio, incontrando facce nascoste che esprimevano una esistente continuità con quel mondo. Ci sono piantagioni di canapa, transumanze di podalico, grani con nomi essenziali, frutti antichi, strumenti forti che non si rompono, poste, fonti d'acqua e del sapere, sentimenti briganti. Ma anche malattie moderne che dalle piane contaminano come una pioggia acida. Tutta la produzione del castagno che per millenni ė stata fonte di risorsa per innumerevoli comunità montane producendo materiali e cibo ė stata spazzata via da un virus di cinese che si ė spostato con la piantumazione di nuove varietà più grandi richieste dal mercato. Seguendo le cause, arrivi nelle grandi città.

Così siamo arrivati a via degli angeli, alla corte.
Salaria raccordo Tiburtina traffico di porta maggiore semaforo Casilina. E, infine, Mandrione. Il nome di questo quartiere induce a pensare alla presenza di animali da soma. Oggi un mandrione di macchine. Quasi nascosta subito sulla sinistra, venendo da Torpignattara, tra casette confezionate a locali e abitazioni per gente radical, una viuzza ti rapisce. E sei alla corte. Oggi il carretto si ferma qui.

Le relazione 

Giulia suona il violino, Totò vicino. Si accompagnano tra improvvisazione e spartito. Sorrisi e complicità di chi ha un linguaggio affine e forse anche emozioni. Le musiche accompagnano Giordano che monta, Francesco si incazza con Giordano ed impara ad essere uomo, mentre insieme mettono su palchi e palchetti. Gabri prepara e Paolo in disparte osserva e rimugina. Ha il cuore piccante...ė mattino. Si allestiscono scenografie. Giochi ed esercizi. Questa sera, in questa corte, i signori e le dame qui presenti stanno elaborando un racconto: Il carro sarà la loro cornice. Il viaggio, l'ispirazione. le relazioni, il contenuto. 

Dal primo giorno di viaggio la nostra ossessione ė stata creare relazioni determinanti, rifiutando esperienze veloci ed estemporanee. L'esigenza era consolidare. In controtendenza con le teorie moderne di comunicazione, abbiamo cercato persone con cui fosse possibile relazionarsi solo visivamente, in modo che ogni nostro passaggio fosse mosso da un motivo importante. Per noi e per loro. Questo ha generato un flusso travolgente di doveri dei quali oggi siamo dipendenti. Trasportiamo, senza alcun fine commerciale, produzioni e saperi della cultura contadina. Solo per raccontarne il potere culturale. Sì percepisce stando con noi la forte presenza dei vissuti delle persone che abbiamo incontrato. La farina racconta Sauco e l'Irpinia, ma anche i suoi 5 figli e i suoi lunghi baffi, la moglie ballerina e il b&b in costruzione. Così come i legumi di Leonetti raccontano l'abitudine e l'adattamento di una famiglia con le palle. Ecco, sul palco del nostro gioiello sono presenti queste storie che noi offriamo agli amici in forma di musica cucina e narrativa.

Tra i curiosi spettatori ė presente parte dell'assemblea che ha occupato il Teatro Valle. Tra i vecchi compagni c'è “maretta”. Non sono andate giù alcune scelte. Noi però li abbiamo invitati tutti. Perché a volte ci piace provocare. Intorno ad un tavolo tondo, uno di fronte all'altro, sembrano sorrisi. Zuppa di fagioli, puccia e zucca tra le mani, un bicchiere di vino e Mario il poeta per cominciare. Bene relazionale ed economia poetica servita. Il nostro sguardo si sofferma li, guardando Fulvio Orsetta Emiliano Valerio Daniele Lorena Virginia. Li noi abbiamo eseguito la nostra funzione. Tra vicinanze obbligate e parole rimosse si sono guardati in faccia e si sono abbracciati. Come enzimi abbiamo innescato la reazione, ora c'è ne godiamo gli effetti. Sorridiamo entusiasti, per aver ancora una volta partecipato in maniera determinante all'azione.

Ringraziamo a fine serata la ridente città romana per aver spazzolato ogni piatto consegnato, tanto da dover esercitare poca pressione quando abbiamo lavato tutti i piatti sparsi che siamo riusciti a recuperare. A fine serata, da soli come ultimo momento di intimità prima di andare a dormire. Un’ultima frase la spendiamo sul padre di Giulio giù al Mandrione. Ci ha aperto casa con un sorriso e un’ospitalità che non ci aspettavamo. Ci ha cucinato le nostre olive alla sua maniera ma anche un po' alla nostra e anche un po' le sue olive. Ha invitato i suoi amici per giocare a carte, un po’ perché gli assomigliamo un po’ perché era naturale ed ovvio farlo. Insomma ci ha fatto sentire un po’ a casa nostra.

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