Ci abbiamo messo due
anni a costruire il carretto. Non sono stati due anni facili. Litigi,
incomprensioni personali ma anche tanta crescita. Ma cosa ci ha effettivamente spinto
a crearlo e a muoverci con lui per due anni? Uno - La necessità di avere un mezzo di trasporto per le proprie
produzioni. Due - la costruzione
lunga mutevole e itinerante. Tre
- le relazioni ma soprattutto gli intrecci generati.
Il mezzo
"Che figata sto
carretto!", grida una simpatica fanciulla della capitale. "Mamma mia
quanto ė bella sta cosa", continua esterrefatta. Lo tocca, concentrata,
accarezzando le tavole che formano la base al suo interno. È tutto in legno
questo piccolo carro su due ruote. Chiuso, occupa lo spazio di due metri per
uno e mezzo. Ora, aperto, sembra un fiore a quattro petali. Ogni parete ha una
sua funzione: cucina, palco, tavolo, veranda. Siamo a Roma, ė sabato. La corte è
al Mandrione. Un centinaio di metri ed ė Torpignattara, un quartiere che ben
rappresenta il passaggio da una civiltà rurale ad una più metropolitana. Casine
basse costruite in poco tempo, intervallate da palazzoni di cemento, comunità
polimorfe e policrome che innescano processi di radicamento forzato.
Borsetta a tracolla,
la ragazza entra nella corte a passo allegro. Uno spazio fuori dal tempo. “’No
squarcio della Roma sparita”. Le mura dell'edificio, in terra cruda rossa
parzialmente coperte da ponteggi arrugginiti, intorno a due porticine in ferro
e legno. Una scala a lato porta ai piani superiori, qualche tavolino. Ancora
una famiglia che ci ospita: Giulio e padre. Selezioniamo con cura i luoghi dove
offrire ciò che riusciamo a trovare nei nostri viaggi. E questo, dalla prima
volta che lo abbiamo visto, ci ha stupito per la sua autenticità. In fondo, un
po’ come nel nostro carretto, ci siamo trovati immersi in una nube di
nostalgia, di identità residuali.
Il "coso"
lo abbiamo finito di costruire dopo aver vagliato attentamente i prezzi di un
trasporto per una pedana dalla Sicilia a Toulouse. Troppo cari. Ma, soprattutto,
troppo impersonale il mezzo. Era assurdo pensare che le nostre produzioni
potessero viaggiare come una qualsiasi altra merce. Volevamo partire anche noi
insieme a loro. Avendo provato tutte le scatole possibili per infilarcisi, ci ė
risultato più semplice realizzarne una che ci contenesse tutti. Ecco, il
carretto. La sua prima forma era molto rudimentale: quattro assi di legno e un
telone bianco in PVC. All'interno tavolini e cassette. Dopo circa 10.000 km
percorsi, la sua conformazione risulta più complessa. Il retro si abbassa come
un ponte levatoio e si trasforma in un palchetto da performance. Il fronte, una
volta aperto, ė una cucina con due pianali, due fornelli, due taglieri. I lati
sono: un tavolo che si estrae dalla parete aprendo un oblò che lascia spazio
narrativo ai paesaggi circostanti ed una verandina cannicciata. Ottimo elemento
di frescura ed ottimo per le chiacchiere. Il tetto, a botte, che consente nella
sua parte concava di creare un posto per gli utensili (quelli grossi) ė stato
realizzato per assomigliare ai caravan che si spostavano nelle praterie
americane di fine ‘800. L'interno offre tre posti letto, solo quando non fa
eccessivamente freddo. Se no, si cerca ospitalità. Sotto i pannelli che formano
il pavimento c'ė la dispensa con le vettovaglie. Le assi sono rimovibili così
da estrarre ciò che veramente ci serve. Ogni pezzo di legno arriva direttamente
dalla nostra esperienza itinerante. Gli utensili, il cibo, i libri…le compagnie
che abbiamo recuperato sono solo espressioni del contesto che per qualche
motivo sono entrati a far parte delle nostre suggestioni. Manteniamo
costantemente una rotta percettiva senza soluzione di continuità.
I viaggi
Dicembre 2013, verso
Toulouse.
Andrea Paolo Giordano
Giampietro Totò Gabri partono da Alcamo (Trapani). Un cuoco un contadino un
cantore un falegname un panettiere. Come uomini dei tempi antichi si
mettono in viaggio in cerca di solidarietà e lasciano le loro terre e le loro
mansioni carichi di olio e arance, conserve e pani, vino e musica, parole e
progetti. Emozioni precarie sperimentano ricette nuove.
I primi 2000 km sono
stati determinanti per capire che lo spostamento innesca un continuo esercizio
di metamorfosi che non si può interrompere. La possibilità di scegliere una
direzione o un’altra difronte ad un bivio genera la costruzione di un nuovo
elemento, aggiunge una storia a questa storia, ne muta il contenuto. Abbiamo
così deciso fin da subito che oltre qualche ipotetica meta, tutto il resto sarebbe
stato scelto attraverso uno spontaneo e mutevole movimento che ci descrivesse
un po' tutti: il passo lento delle pratiche artigianali che concede il tempo di
percepire tutte le variabili.
Cigolii, strombettii,
stridolii di un mezzo pesante che muove le sue impalcature e le sue meccaniche
tra strade appena segnate. Andatura flemmatica. Paesaggi in continua ed
impercettibile trasformazione. Comunità scomparse e comunità resistenti.
Architetture sommerse. Abbiamo viaggiato con un costante silenzio che sa di
abbandono tra le montagne e le valli della penisola, intuendone il senso come
percorso di riflessione e crescita. Abbiamo imparato a sfibrare le maglie del
tempo, migliorando così il nostro stato di attenzione. Abbiamo incontrato
asfalti che tornavano ad essere selciati e abbiamo mantenuto la rotta.
La dorsale
appenninica si descrive come un luogo trascurato, potremmo accostarlo ad uno di
quei capannoni sul retro delle case che nel periodo della società rurale
venivano utilizzati come fulcro delle attività domestiche. Ci si preparava e
stipava il cibo per l'inverno, ma ci dormivano anche gli animali. Era il
deposito di tutti gli attrezzi ma poteva essere anche un ottimo nascondiglio
per uomini e tesori. Oggi, pieni di ragnatele, muffa e polvere, dopo
generazioni passate, ad entrarci dentro trovi cose che non pensavi esistessero
più. Oggetti d'altri mondi che non ti raccapezzi come siano finiti in disuso,
se non altro per la loro concreta bellezza. Ne sei dannatamente attratto.
Nelle alture del
centro Italia ciò che respiri oggi è malinconia. Lo abbiamo tenuto dentro
questo sentimento, con molta discrezione, usando il nostro linguaggio,
incontrando facce nascoste che esprimevano una esistente continuità con quel
mondo. Ci sono piantagioni di canapa, transumanze di podalico, grani con nomi
essenziali, frutti antichi, strumenti forti che non si rompono, poste, fonti
d'acqua e del sapere, sentimenti briganti. Ma anche malattie moderne che dalle
piane contaminano come una pioggia acida. Tutta la produzione del castagno che
per millenni ė stata fonte di risorsa per innumerevoli comunità montane
producendo materiali e cibo ė stata spazzata via da un virus di cinese che si ė
spostato con la piantumazione di nuove varietà più grandi richieste dal mercato.
Seguendo le cause, arrivi nelle grandi città.
Così siamo arrivati a
via degli angeli, alla corte.
Salaria raccordo
Tiburtina traffico di porta maggiore semaforo Casilina. E, infine, Mandrione.
Il nome di questo quartiere induce a pensare alla presenza di animali da soma.
Oggi un mandrione di macchine. Quasi nascosta subito sulla sinistra, venendo da
Torpignattara, tra casette confezionate a locali e abitazioni per gente radical,
una viuzza ti rapisce. E sei alla corte. Oggi il carretto si ferma qui.
Le relazione
Giulia suona il
violino, Totò vicino. Si accompagnano tra improvvisazione e spartito. Sorrisi e
complicità di chi ha un linguaggio affine e forse anche emozioni. Le musiche
accompagnano Giordano che monta, Francesco si incazza con Giordano ed impara ad
essere uomo, mentre insieme mettono su palchi e palchetti. Gabri prepara e
Paolo in disparte osserva e rimugina. Ha il cuore piccante...ė mattino. Si
allestiscono scenografie. Giochi ed esercizi. Questa sera, in questa corte, i
signori e le dame qui presenti stanno elaborando un racconto: Il carro sarà la
loro cornice. Il viaggio, l'ispirazione. le relazioni, il contenuto.
Dal primo giorno di
viaggio la nostra ossessione ė stata creare relazioni determinanti, rifiutando
esperienze veloci ed estemporanee. L'esigenza era consolidare. In
controtendenza con le teorie moderne di comunicazione, abbiamo cercato persone
con cui fosse possibile relazionarsi solo visivamente, in modo che ogni nostro
passaggio fosse mosso da un motivo importante. Per noi e per loro. Questo ha
generato un flusso travolgente di doveri dei quali oggi siamo dipendenti. Trasportiamo,
senza alcun fine commerciale, produzioni e saperi della cultura contadina. Solo
per raccontarne il potere culturale. Sì percepisce stando con noi la forte
presenza dei vissuti delle persone che abbiamo incontrato. La farina racconta
Sauco e l'Irpinia, ma anche i suoi 5 figli e i suoi lunghi baffi, la moglie ballerina
e il b&b in costruzione. Così come i legumi di Leonetti raccontano
l'abitudine e l'adattamento di una famiglia con le palle. Ecco, sul palco del
nostro gioiello sono presenti queste storie che noi offriamo agli amici in
forma di musica cucina e narrativa.
Tra i curiosi
spettatori ė presente parte dell'assemblea che ha occupato il Teatro Valle. Tra
i vecchi compagni c'è “maretta”. Non sono andate giù alcune scelte. Noi però li
abbiamo invitati tutti. Perché a volte ci piace provocare. Intorno ad un tavolo
tondo, uno di fronte all'altro, sembrano sorrisi. Zuppa di fagioli, puccia e
zucca tra le mani, un bicchiere di vino e Mario il poeta per cominciare. Bene
relazionale ed economia poetica servita. Il nostro sguardo si sofferma li, guardando
Fulvio Orsetta Emiliano Valerio Daniele Lorena Virginia. Li noi abbiamo
eseguito la nostra funzione. Tra vicinanze obbligate e parole rimosse si sono
guardati in faccia e si sono abbracciati. Come enzimi abbiamo innescato la
reazione, ora c'è ne godiamo gli effetti. Sorridiamo entusiasti, per aver
ancora una volta partecipato in maniera determinante all'azione.
Ringraziamo a fine
serata la ridente città romana per aver spazzolato ogni piatto consegnato,
tanto da dover esercitare poca pressione quando abbiamo lavato tutti i piatti
sparsi che siamo riusciti a recuperare. A fine serata, da soli come ultimo
momento di intimità prima di andare a dormire. Un’ultima frase la spendiamo sul
padre di Giulio giù al Mandrione. Ci ha aperto casa con un sorriso e un’ospitalità
che non ci aspettavamo. Ci ha cucinato le nostre olive alla sua maniera ma
anche un po' alla nostra e anche un po' le sue olive. Ha invitato i suoi amici
per giocare a carte, un po’ perché gli assomigliamo un po’ perché era naturale
ed ovvio farlo. Insomma ci ha fatto sentire un po’ a casa nostra.

Nessun commento:
Posta un commento