martedì 16 dicembre 2014

I carrettieri. I musichieri

I carrettieri
 
"Non vengo Paolo. Sto giù. Non servirei a molto". La voce bassa e flemmatica, il conte ci comunica che non verrà. "Gabri ma ė sempre la stessa storia! Cazzo! La vuoi smettere?", insisto solo perché mi diverte polemizzare con lui. Ma tanto già so che ė una battaglia persa. Gabri se ne va in Liguria da Franco e ci abbandona, ha bisogno di curarsi lo spirito. Ormai siamo abituati a queste scenette. Capiremo in seguito come riprendercelo. La strada è lunga da Bari a Nicotera. Poggio il telefono e ho tempo di pensare. Totò. Spero che almeno lui venga. Ė molto complesso mantenere salde le maglie della ciurma. Mejo chiamarlo. "Sei pronto Totò?". Martedì 9 dicembre, 5 del mattino, tra le luci del giorno si improvvisano le montagne che cominciano a mostrare le loro forme in fondo alla curva. Il nero diventa grigio, le emotività si attivano. La macchina sfreccia sola. "Sono pronto, carico le arance e partiamo". Dall'orto dei miracoli pile di cassette in legno man mano si riempiono. La voce sembra sicura. Il cuore pimpante. Sembra che ci sia messi in moto, che il viaggio sia partito. Da nord, con l'abitacolo denso di odori, raggiungo il punto di incontro.
 
Una piazzetta vuota. Il carretto arriva in ritardo come al solito. Io, Giordano. Toto non c'ė. Dice che ci raggiungerà più in là. Nicotera, problemini di manovra, strade strette tra salite e antichità. Curve a gomito, si sfiorano le mura. Il paesino si erge sul lato nord dell'anfiteatro collinare che circonda la piana di Gioia Tauro. Un millennio di storia affacciato ad un paesaggio mozzafiato. Un punto di osservazione privilegiato sulle porte dello stretto. Sotto, quella che gli antenati chiamavano la costa degli dei. Sopra, il monte poro, un altopiano a vocazione contadina che anticipa guardando a sud l'Aspromonte. Tra foreste d'olivo, anziani contadini si poggiano per qualche istante, stanchi della giornata di lavoro, incuranti di ciò che accade nella piana.
 
Dalle terrazze della cittadina vibonese che ci ospita si ha un'ampia visione sulla pianura sottostante una cinquantina di kilometri quadrati principalmente coltivati ad agrumeto, i "giardini" vengono chiamati dagli agricoltori locali. In fondo a questo vastissimo letto verde a pois arancioni un mostro di metallo impegna gran parte dell'attenzione: il porto di Gioia Tauro, qualcuno vocifera tra i più grossi del mediterraneo. Oltre a devastare il territorio circostante, il suo ruolo pare essere quello di smistamento delle merci in circolo per il mediterraneo, dalle grosse navi container in altre grosse navi container. Un ingorgo trafficoso di imbarcazioni tra Scilla Cariddi e le isole Eolie.
 
Giovanni Rosa e Gabriele ci aspettano. Hanno preparato lo spazio per lo sbarco. Tra due costruzioni in cemento uno slarghetto forma il posto di intrattenimento delle terrazze di Martina. Si parcheggia davanti al loro bar. Questa famigliola ha passato gran parte della crescita dei loro due figli nella città meneghina ma da qualche hanno ė tornata. Qui. Giù in Calabria dove la coppia ė nata. E' una giornata di cambusa per noi due carrettieri. E ci viene offerta ospitalità. "Gabri dacci una mano a montare il carretto così ci sbrighiamo". Gabriele è il figlio piccolo, 14 anni. Oggi non va a scuola e si è intrattenuto al bar con il padre. Lo troviamo mentre gioca con Nino, suo coetaneo. "Dai Nì! Vieni pure tu". Pare che non ci sia voluto molto a concederci confidenza. Dopo poche ore si ė già tutti insieme a cucinare il pasto. Antonino fa l'alberghiero e tagliuzzare rosolare impiattare sembra già essere il suo mestiere. Esegue ciò che deve con attenzione, ma il cuore lo ha altrove, continui trillini provengono dal suo cellulare, qualcuno da Vibo lo aspetta. Piccoli cuochi crescono.
 
I due amici sono affiatatissimi e si divertono da matti ad interagire con noi. Non c'ė molto da fare nel paesello, questo si nota. Decidiamo insieme di abbellire con ciò che troviamo il bar dei genitori con un piccolo lavoretto manuale così da passare un altro po di tempo insieme. Si costruisce una paierella all'entrata. Mani si armeggiano di coltelli e pinze. "Ora ho capito come costruire anche una capanna", afferma entusiasta Nino, mentre con occhi vispi intreccia fili e canne. La mente se ne va dietro la pratica. 
 
I musichieri 
 
Gli utensili sono ben puliti, le cibarie sistemate, strumenti, luffe, creme oleoliti stipati. Davanti un mare piatto, barchette in legno oscillano tirando le reti, bar sulla spiaggia fanno da ritrovo per i pescatori. Sulla marina accadono le cose più belle di questo posto. Facce cotte dal sole occhi schiariti dialetti contaminati dalle maree, i lavoratori del mare eseguono una pesca poetica con piccolissime imbarcazioni .colori e segni ne descrivono la storia. Queste figure tese sopra le onde occupano la baia di fronte come braccianti sulla terra, con lo stesso legame diretto, si ripetono in gestualità di fatica. Per portare sulla terraferma pesce azzurro. Aspettiamo i due cantori che ci contattino.
 
"Baná, ti passiamo a prendere a Napoli domani, non ci fa perdere tempo, ti prego". Alberto Marano in arte Banana per vecchie abitudini alimentari, cantore e grande conoscitore delle arti e dei mestieri antichi, ci ha finalmente chiamato. "Non te preoccupâ, paolè basta che mi dai un orario...sto già preparando i tamburi". "Appena Toto se fa vede, partimo. Credo che per l'ora di pranzo siamo da te". Ci guardiamo. I due carrettieri in attesa, attaccando la chiamata e scoppiano in una fragorosa risata pensando a Salvatore che ci sta raggiungendo in bici dall'orto con il cellulare scarico e pochi spiccioli nella sacca. Chissà quando arriverà. E se arriverà. 
 
Quando suona Totò, il cuore si accende, le oscurità della mente si dissolvono dietro tonalità siciliane e il giovane cantore si prende tutta la scena. L'abitacolo della macchina sembra un teatro e chi sta in torno diventa uno spettatore attento. Le parole hanno una profumo dolce che ti circonda tra le note spezziate. Spizzichi di chitarra e lamenti che vengono dalle radici e si ė immersi nel profondo. Siamo sul percorso. La strada ė molto lunga, un semicerchio di 2300 kilometri intorno al Mediterraneo per approdare a Toulouse. E si ha modo di raccontarsi. I due cantori accompagnano pensieri di casa mentre le distanze aumentano. Vibra il tamburo con un suono denso e continuo non lasciando spazio alla pace e le paure si sfidano nei vari dialetti del sud. "Te privaru da libertà, nu putemu scurdari". Frasi che vengono dalla rabbia. "E' u munn campagnuole che sta scumparenn!". E dalla consapevolezza che l'urbanizzazione ci rende soli e inadeguati. Viaggiare assume un senso di sfogo e un modo per rassicurarsi.
 
I Pirenei sul lato sinistro del quadro a tonalità rosee che si impressiona sul parabrezza della jeep. Distese della lanque doc, trenta ore dopo Nicotera il carretto segue le linee autostradali con determinazione trasportando al suo interno Toto, Alberto, Paolo e Giordano. Un mare di pucce, taralli, arance e mandaranci, vino e frise, passate, cesti, panari e tamburi, scope e scopazze, sonarelli, flauti, zappe e zappette. Un mondo così meridionale da sembrare un artificio teatrale. Orgogliosi della bellezza che trasportiamo percorriamo gli ultimi scorci di campagna francese prima di arrivare, come attori in procinto di entrare sul palcoscenico.
 
Paolo Giordano Totò Alberto
 
*** La tappa finale sarà Posillipo, il 20 di dicembre. Il cuoco, un vecchio amico di Giordano, avvocato nel foro partenopeo con la passione per la cucina. Toti! Giordano suggerisce pesce, io frise...fa un pò tu!
 
 

lunedì 8 dicembre 2014

Produzioni diffuse. Kamut e i suoi vari nomi.

Sicilia Occidentale 

"Va bene". Pare che abbia accettato l’accordo Danielone di Alcamo. Fa il pastore da quando ė bambino o da quando suo padre ha deciso che non era più bambino. Ventisette anni, corpo da lottatore di sumo, barba e capelli lunghi. "Si può fare", continua poggiando la grossa mano sul grosso maiale, come se fosse un fedele cagnolino. Qualcuno lo associa ad atti violenti e sprezzanti, ma ha il cuore tenero. Da quando ė stato mandato sulle alture ad occuparsi di pecore, vacche e porci, i suoi sentimenti si sono assestati in uno stato innocuo e gentile. Daniele ė un grande amico di Totò. Dai tempi in cui erano bambini entrambi. "Ė uno di noi, ci si può fidare. Ė un genuino clandestino, come noi! Paolo!". Da quando l'ho conosciuto, Totò mi associa spesso a questo nome bizzarro. Genuino Clandestino. Ci siamo incontrati per l'occasione di un’assemblea di questa giovane rete di contadini dal motto curioso. Anni fa ero molto coinvolto e ora mi sono preso la nomea. Ma in realtà si parla di spirito e motivazioni. Si vede: Danielone sembra uno di noi. Abbiamo finalmente trovato un produttore che asseconda il nostro progetto: lavoreremo insieme una quindicina di tummini a frumento. Noi recuperiamo la semente e i soldi necessari alle spese. Lui, la terra. Il prodotto si spartisce. 

Roma

"Allora, ricapitolando, Giordà prendi nota! Russi’a Perciasacchi". Dal suo ortodi  Alcamo, Totò ci detta i grani che dobbiamo trovare dall'altro lato della cornetta. Paolo guida, Giordano accanto. Il quaderno, il tabacco, le cartine, l'erba. "Ma dove cazzo sta la matita? Perciache? Aspetta Paolo che nun capisco nulla". "Aspetta Totò che non trovamo la matita...Russi’a Perciasacchi, che buca i sacchi. Giordà capito? E Kamut...giusto Sarvatò?". Chiudiamo la chiamata. Siamo a Roma per una consegna d'olio. Ora dobbiamo scovare sementi antiche, andarle a comprare e portarle ad Alcamo. Dieci quintali in tre giorni. Verso sud. Tra una settimana si parte di nuovo: Toulouse, un anno dopo aver fatto il primo viaggio. Karine e Matthieu ci aspettano. Ma questa operazione va conclusa. Da Roma giù verso Matera per recuperare la prima varietà: Kamut non certificato, o Saragolla.

Campagne di Matera

Francesco dice che c'ė poca semente in giro. "Annata di merda!", per l'esattezza. Gli ė rimasto del kamut. 
"Il gioco non vale la candela. Poca la resa, molto scarto, il prezzo poi diventa troppo alto. Una roba di nicchia. Non lo semino! Meglio il Cappelli, ti fa almeno un terzo in più"
"Il Cappelli non ci interessa, meglio la Russi'a. Comunque il Kamut lo prendiamo. Vogliamo provare, due quintali e mezzo". 
Il viso ė magro, pochi capelli, le orecchie vispe come due antenne, gli occhi si incuriosiscono. 
"Che ė sta Russi'a?" 
"Russello. Dovrebbe essere il nome esatto. Grano duro antico, prodotto molto nel sud, in Calabria e in Sicilia. Ho sentito che lo hanno seminato per molti anni" 
Le antenne recepiscono, la mente si illumina, la voce molto morbida racconta. 
“Ho un amico che lo ha seminato. Ora chiamo...Antò, so Francesco. Senti nu poco...ho degl'amici che cercano del Russello. Ne hai seminato un po', come ti è andata? ....uhm....uhm....ottimo....22....come il Cappelli!! Ma ne hai? .....ah......ok! Allora fatti sentire tu!Un abbraccio.". 
Il suo amico non ha ancora seminato, se ne parlerà più in là. Ci terrà a mente. "Credo che ne seminerò anch'io un po’". 
 Mangiamo pasta e cavoli. Judith, la moglie, ci informa dell'imminente approvazione di un progetto per la trivellazione del territorio circostante per estrarre petrolio e dell'impossibilità a reagire data la durezza del decreto che l'impone: lo “sblocca Italia". Dopo queste brutture ci si stringe un po' di più. Abbracci e baci prima di salutarci. Ci ficchiamo in macchina: direzione Catania, fino a Raddusa, cuore della Sicilia. Perciasacchi. Lì Rosi Giuseppe ce ne fornirà un bel po'. Ci troveremo con Totò e completeremo la staffetta. 

Sicilia Orientale 

Strada da Messina a Raddusa, 160 chilometri. Si passa per l'Etna fumante, si gira verso l'entroterra per circa un'oretta. Ė buio quando cerchiamo di ricordare le ultime indicazioni per arrivare da Giuseppe. Molto buio intorno. Si percepisce un vuoto ampio fatto di dune spoglie, colline arate pronte alla semina, viottoli bucherellati. Giù, lontano, una lucetta. Eccola, svoltiamo. I fari di una macchina si accendono. Ė fuori e ci aspetta. Le mani si stringono con energia. L'uomo che abbiamo di fronte fuma una sigaretta, ė alto, slanciato, capelli folti e scuri, il viso longilineo pieno di rughe espressive , che non lo invecchiano. Forse ha 50 anni. Abiti formali. La voce calda e rauca intervallata da nuvole di fumo. 
"Che grano volete?e fatemi capire cosa volete farne. Ma Dove? Quanto ve ne serve?" 
“Abbiamo del kamut. Cerchiamo il Perciasacchi"
"Il Kamut chi ve lo ha dato? Ė registrato? Conoscete la storia?" 
"No Kamut, era solo per intenderci. Chorasan" 
"Anche Chorasan ė un marchio registrato, si tratta della regione di provenienza della semente"
"Saragolla, così ci pare di aver capito" 
La questione si fa seria, la fumata si interrompe. 
"Saragolla è la famiglia di appartenenza ma le Saragolle sono molte e diverse. Anche il Kamut o Chorasan è una Saragolla. Il Perciasacchi ė il Kamut che noi seminiamo in Sicilia da millenni e che io coltivo chiamando con il suo nome di sempre. Ha avuto molti nomi per evitare la questione del marchio registrato." . 
Il computer sul tavolo. Tra una zuppa di ceci che la madre ci ha preparato concludiamo la transazione attraverso un bonifico online. Modernità e tradizione di un progetto di produzione di cereali nel cuore del mediterraneo che ora ė punto di riferimento per molti in Italia. Mail di richieste, curiosità, saluti, affermazioni di stima arrivano sulla sua posta con un ritmo meritato. 
Arriva anche Totò.
Si riparte per la Puglia. 
Ci si rivedrà tra una settimana.
Calabria.
 

lunedì 1 dicembre 2014

Corte sconta



Ci abbiamo messo due anni a costruire il carretto. Non sono stati due anni facili. Litigi, incomprensioni personali ma anche tanta crescita. Ma cosa ci ha effettivamente spinto a crearlo e a muoverci con lui per due anni? Uno - La necessità di avere un mezzo di trasporto per le proprie produzioni. Due - la costruzione lunga mutevole e itinerante. Tre - le relazioni ma soprattutto gli intrecci generati.

Il mezzo

"Che figata sto carretto!", grida una simpatica fanciulla della capitale. "Mamma mia quanto ė bella sta cosa", continua esterrefatta. Lo tocca, concentrata, accarezzando le tavole che formano la base al suo interno. È tutto in legno questo piccolo carro su due ruote. Chiuso, occupa lo spazio di due metri per uno e mezzo. Ora, aperto, sembra un fiore a quattro petali. Ogni parete ha una sua funzione: cucina, palco, tavolo, veranda. Siamo a Roma, ė sabato. La corte è al Mandrione. Un centinaio di metri ed ė Torpignattara, un quartiere che ben rappresenta il passaggio da una civiltà rurale ad una più metropolitana. Casine basse costruite in poco tempo, intervallate da palazzoni di cemento, comunità polimorfe e policrome che innescano processi di radicamento forzato.

Borsetta a tracolla, la ragazza entra nella corte a passo allegro. Uno spazio fuori dal tempo. “’No squarcio della Roma sparita”. Le mura dell'edificio, in terra cruda rossa parzialmente coperte da ponteggi arrugginiti, intorno a due porticine in ferro e legno. Una scala a lato porta ai piani superiori, qualche tavolino. Ancora una famiglia che ci ospita: Giulio e padre. Selezioniamo con cura i luoghi dove offrire ciò che riusciamo a trovare nei nostri viaggi. E questo, dalla prima volta che lo abbiamo visto, ci ha stupito per la sua autenticità. In fondo, un po’ come nel nostro carretto, ci siamo trovati immersi in una nube di nostalgia, di identità residuali.

Il "coso" lo abbiamo finito di costruire dopo aver vagliato attentamente i prezzi di un trasporto per una pedana dalla Sicilia a Toulouse. Troppo cari. Ma, soprattutto, troppo impersonale il mezzo. Era assurdo pensare che le nostre produzioni potessero viaggiare come una qualsiasi altra merce. Volevamo partire anche noi insieme a loro. Avendo provato tutte le scatole possibili per infilarcisi, ci ė risultato più semplice realizzarne una che ci contenesse tutti. Ecco, il carretto. La sua prima forma era molto rudimentale: quattro assi di legno e un telone bianco in PVC. All'interno tavolini e cassette. Dopo circa 10.000 km percorsi, la sua conformazione risulta più complessa. Il retro si abbassa come un ponte levatoio e si trasforma in un palchetto da performance. Il fronte, una volta aperto, ė una cucina con due pianali, due fornelli, due taglieri. I lati sono: un tavolo che si estrae dalla parete aprendo un oblò che lascia spazio narrativo ai paesaggi circostanti ed una verandina cannicciata. Ottimo elemento di frescura ed ottimo per le chiacchiere. Il tetto, a botte, che consente nella sua parte concava di creare un posto per gli utensili (quelli grossi) ė stato realizzato per assomigliare ai caravan che si spostavano nelle praterie americane di fine ‘800. L'interno offre tre posti letto, solo quando non fa eccessivamente freddo. Se no, si cerca ospitalità. Sotto i pannelli che formano il pavimento c'ė la dispensa con le vettovaglie. Le assi sono rimovibili così da estrarre ciò che veramente ci serve. Ogni pezzo di legno arriva direttamente dalla nostra esperienza itinerante. Gli utensili, il cibo, i libri…le compagnie che abbiamo recuperato sono solo espressioni del contesto che per qualche motivo sono entrati a far parte delle nostre suggestioni. Manteniamo costantemente una rotta percettiva senza soluzione di continuità.

I viaggi

Dicembre 2013, verso Toulouse.
Andrea Paolo Giordano Giampietro Totò Gabri partono da Alcamo (Trapani). Un cuoco un contadino un cantore un falegname un panettiere. Come uomini dei tempi antichi si mettono in viaggio in cerca di solidarietà e lasciano le loro terre e le loro mansioni carichi di olio e arance, conserve e pani, vino e musica, parole e progetti. Emozioni precarie sperimentano ricette nuove.

I primi 2000 km sono stati determinanti per capire che lo spostamento innesca un continuo esercizio di metamorfosi che non si può interrompere. La possibilità di scegliere una direzione o un’altra difronte ad un bivio genera la costruzione di un nuovo elemento, aggiunge una storia a questa storia, ne muta il contenuto. Abbiamo così deciso fin da subito che oltre qualche ipotetica meta, tutto il resto sarebbe stato scelto attraverso uno spontaneo e mutevole movimento che ci descrivesse un po' tutti: il passo lento delle pratiche artigianali che concede il tempo di percepire tutte le variabili.

Cigolii, strombettii, stridolii di un mezzo pesante che muove le sue impalcature e le sue meccaniche tra strade appena segnate. Andatura flemmatica. Paesaggi in continua ed impercettibile trasformazione. Comunità scomparse e comunità resistenti. Architetture sommerse. Abbiamo viaggiato con un costante silenzio che sa di abbandono tra le montagne e le valli della penisola, intuendone il senso come percorso di riflessione e crescita. Abbiamo imparato a sfibrare le maglie del tempo, migliorando così il nostro stato di attenzione. Abbiamo incontrato asfalti che tornavano ad essere selciati e abbiamo mantenuto la rotta.

La dorsale appenninica si descrive come un luogo trascurato, potremmo accostarlo ad uno di quei capannoni sul retro delle case che nel periodo della società rurale venivano utilizzati come fulcro delle attività domestiche. Ci si preparava e stipava il cibo per l'inverno, ma ci dormivano anche gli animali. Era il deposito di tutti gli attrezzi ma poteva essere anche un ottimo nascondiglio per uomini e tesori. Oggi, pieni di ragnatele, muffa e polvere, dopo generazioni passate, ad entrarci dentro trovi cose che non pensavi esistessero più. Oggetti d'altri mondi che non ti raccapezzi come siano finiti in disuso, se non altro per la loro concreta bellezza. Ne sei dannatamente attratto.

Nelle alture del centro Italia ciò che respiri oggi è malinconia. Lo abbiamo tenuto dentro questo sentimento, con molta discrezione, usando il nostro linguaggio, incontrando facce nascoste che esprimevano una esistente continuità con quel mondo. Ci sono piantagioni di canapa, transumanze di podalico, grani con nomi essenziali, frutti antichi, strumenti forti che non si rompono, poste, fonti d'acqua e del sapere, sentimenti briganti. Ma anche malattie moderne che dalle piane contaminano come una pioggia acida. Tutta la produzione del castagno che per millenni ė stata fonte di risorsa per innumerevoli comunità montane producendo materiali e cibo ė stata spazzata via da un virus di cinese che si ė spostato con la piantumazione di nuove varietà più grandi richieste dal mercato. Seguendo le cause, arrivi nelle grandi città.

Così siamo arrivati a via degli angeli, alla corte.
Salaria raccordo Tiburtina traffico di porta maggiore semaforo Casilina. E, infine, Mandrione. Il nome di questo quartiere induce a pensare alla presenza di animali da soma. Oggi un mandrione di macchine. Quasi nascosta subito sulla sinistra, venendo da Torpignattara, tra casette confezionate a locali e abitazioni per gente radical, una viuzza ti rapisce. E sei alla corte. Oggi il carretto si ferma qui.

Le relazione 

Giulia suona il violino, Totò vicino. Si accompagnano tra improvvisazione e spartito. Sorrisi e complicità di chi ha un linguaggio affine e forse anche emozioni. Le musiche accompagnano Giordano che monta, Francesco si incazza con Giordano ed impara ad essere uomo, mentre insieme mettono su palchi e palchetti. Gabri prepara e Paolo in disparte osserva e rimugina. Ha il cuore piccante...ė mattino. Si allestiscono scenografie. Giochi ed esercizi. Questa sera, in questa corte, i signori e le dame qui presenti stanno elaborando un racconto: Il carro sarà la loro cornice. Il viaggio, l'ispirazione. le relazioni, il contenuto. 

Dal primo giorno di viaggio la nostra ossessione ė stata creare relazioni determinanti, rifiutando esperienze veloci ed estemporanee. L'esigenza era consolidare. In controtendenza con le teorie moderne di comunicazione, abbiamo cercato persone con cui fosse possibile relazionarsi solo visivamente, in modo che ogni nostro passaggio fosse mosso da un motivo importante. Per noi e per loro. Questo ha generato un flusso travolgente di doveri dei quali oggi siamo dipendenti. Trasportiamo, senza alcun fine commerciale, produzioni e saperi della cultura contadina. Solo per raccontarne il potere culturale. Sì percepisce stando con noi la forte presenza dei vissuti delle persone che abbiamo incontrato. La farina racconta Sauco e l'Irpinia, ma anche i suoi 5 figli e i suoi lunghi baffi, la moglie ballerina e il b&b in costruzione. Così come i legumi di Leonetti raccontano l'abitudine e l'adattamento di una famiglia con le palle. Ecco, sul palco del nostro gioiello sono presenti queste storie che noi offriamo agli amici in forma di musica cucina e narrativa.

Tra i curiosi spettatori ė presente parte dell'assemblea che ha occupato il Teatro Valle. Tra i vecchi compagni c'è “maretta”. Non sono andate giù alcune scelte. Noi però li abbiamo invitati tutti. Perché a volte ci piace provocare. Intorno ad un tavolo tondo, uno di fronte all'altro, sembrano sorrisi. Zuppa di fagioli, puccia e zucca tra le mani, un bicchiere di vino e Mario il poeta per cominciare. Bene relazionale ed economia poetica servita. Il nostro sguardo si sofferma li, guardando Fulvio Orsetta Emiliano Valerio Daniele Lorena Virginia. Li noi abbiamo eseguito la nostra funzione. Tra vicinanze obbligate e parole rimosse si sono guardati in faccia e si sono abbracciati. Come enzimi abbiamo innescato la reazione, ora c'è ne godiamo gli effetti. Sorridiamo entusiasti, per aver ancora una volta partecipato in maniera determinante all'azione.

Ringraziamo a fine serata la ridente città romana per aver spazzolato ogni piatto consegnato, tanto da dover esercitare poca pressione quando abbiamo lavato tutti i piatti sparsi che siamo riusciti a recuperare. A fine serata, da soli come ultimo momento di intimità prima di andare a dormire. Un’ultima frase la spendiamo sul padre di Giulio giù al Mandrione. Ci ha aperto casa con un sorriso e un’ospitalità che non ci aspettavamo. Ci ha cucinato le nostre olive alla sua maniera ma anche un po' alla nostra e anche un po' le sue olive. Ha invitato i suoi amici per giocare a carte, un po’ perché gli assomigliamo un po’ perché era naturale ed ovvio farlo. Insomma ci ha fatto sentire un po’ a casa nostra.