I carrettieri
"Non vengo Paolo. Sto giù. Non servirei a
molto". La voce bassa e flemmatica, il conte ci comunica che non verrà. "Gabri ma ė sempre la stessa storia! Cazzo! La vuoi
smettere?", insisto solo perché mi diverte polemizzare con lui. Ma tanto
già so che ė una battaglia persa. Gabri se ne va in Liguria da Franco e
ci abbandona, ha bisogno di curarsi lo spirito. Ormai siamo abituati a
queste scenette. Capiremo in seguito come riprendercelo. La strada è lunga
da Bari a Nicotera. Poggio il telefono e ho tempo di pensare. Totò. Spero che almeno lui venga. Ė molto complesso mantenere salde le maglie
della ciurma. Mejo chiamarlo. "Sei pronto Totò?". Martedì 9 dicembre, 5
del mattino, tra le luci del giorno si improvvisano le montagne che cominciano
a mostrare le loro forme in fondo alla curva. Il nero diventa grigio,
le emotività si attivano. La macchina sfreccia sola. "Sono pronto, carico
le arance e partiamo". Dall'orto dei miracoli pile di cassette in
legno man mano si riempiono. La voce sembra sicura. Il cuore pimpante.
Sembra che ci sia messi in moto, che il viaggio sia partito. Da nord, con
l'abitacolo denso di odori, raggiungo il punto di incontro.
Una piazzetta vuota. Il carretto arriva in ritardo come al solito. Io, Giordano. Toto non c'ė. Dice che ci raggiungerà più in là. Nicotera,
problemini di manovra, strade strette tra salite e antichità. Curve a
gomito, si sfiorano le mura. Il paesino si erge sul lato nord
dell'anfiteatro collinare che circonda la piana di Gioia Tauro. Un millennio
di storia affacciato ad un paesaggio mozzafiato. Un punto di
osservazione privilegiato sulle porte dello stretto. Sotto, quella che
gli antenati chiamavano la costa degli dei. Sopra, il monte poro, un
altopiano a vocazione contadina che anticipa guardando a sud
l'Aspromonte. Tra foreste d'olivo, anziani contadini si poggiano per
qualche istante, stanchi della giornata di lavoro, incuranti di ciò che
accade nella piana.
Dalle terrazze della cittadina vibonese
che ci ospita si ha un'ampia visione sulla pianura sottostante una cinquantina di kilometri quadrati principalmente coltivati ad agrumeto, i "giardini" vengono chiamati dagli agricoltori locali. In fondo a questo vastissimo letto verde a pois arancioni
un mostro di metallo impegna gran parte dell'attenzione: il porto di
Gioia Tauro, qualcuno vocifera tra i più grossi del mediterraneo. Oltre
a devastare il territorio circostante, il suo ruolo pare essere quello
di smistamento delle merci in circolo per il mediterraneo, dalle grosse
navi container in altre grosse navi container. Un ingorgo trafficoso
di imbarcazioni tra Scilla Cariddi e le isole Eolie.
Giovanni Rosa e Gabriele ci aspettano. Hanno preparato lo spazio per lo sbarco. Tra due costruzioni in
cemento uno slarghetto forma il posto di intrattenimento delle terrazze
di Martina. Si parcheggia davanti al loro bar. Questa famigliola ha
passato gran parte della crescita dei loro due figli nella città
meneghina ma da qualche hanno ė tornata. Qui. Giù in Calabria dove la
coppia ė nata. E' una giornata di cambusa per noi due carrettieri. E ci
viene offerta ospitalità. "Gabri dacci una mano a montare il
carretto così ci sbrighiamo". Gabriele è il figlio piccolo, 14 anni. Oggi
non va a scuola e si è intrattenuto al bar con il padre. Lo troviamo
mentre gioca con Nino, suo coetaneo. "Dai Nì! Vieni pure tu". Pare che
non ci sia voluto molto a concederci confidenza. Dopo poche ore si ė
già tutti insieme a cucinare il pasto. Antonino fa l'alberghiero e
tagliuzzare rosolare impiattare sembra già essere il suo mestiere.
Esegue ciò che deve con attenzione, ma il cuore lo ha altrove, continui
trillini provengono dal suo cellulare, qualcuno da Vibo lo
aspetta. Piccoli cuochi crescono.
I due amici sono
affiatatissimi e si divertono da matti ad interagire con noi. Non c'ė
molto da fare nel paesello, questo si nota. Decidiamo insieme di
abbellire con ciò che troviamo il bar dei genitori con un piccolo
lavoretto manuale così da passare un altro po di tempo insieme. Si
costruisce una paierella all'entrata. Mani si armeggiano di coltelli e
pinze. "Ora ho capito come costruire anche una capanna", afferma
entusiasta Nino, mentre con occhi vispi intreccia fili e canne.
La mente se ne va dietro la pratica.
I musichieri
Gli utensili sono ben puliti, le cibarie sistemate, strumenti, luffe,
creme oleoliti stipati. Davanti un mare piatto, barchette in legno
oscillano tirando le reti, bar sulla spiaggia fanno da ritrovo per i
pescatori. Sulla marina accadono le cose più belle di questo posto.
Facce cotte dal sole occhi schiariti dialetti contaminati dalle maree, i
lavoratori del mare eseguono una pesca poetica con piccolissime
imbarcazioni .colori e segni ne descrivono la storia. Queste figure
tese sopra le onde occupano la baia di fronte come braccianti sulla
terra, con lo stesso legame diretto, si ripetono in gestualità di
fatica. Per portare sulla terraferma pesce azzurro. Aspettiamo i due
cantori che ci contattino.
"Baná, ti passiamo a prendere a
Napoli domani, non ci fa perdere tempo, ti prego". Alberto Marano in arte
Banana per vecchie abitudini alimentari, cantore e grande conoscitore
delle arti e dei mestieri antichi, ci ha finalmente chiamato. "Non te
preoccupâ, paolè basta che mi dai un orario...sto già preparando i
tamburi". "Appena Toto se fa vede, partimo. Credo che per l'ora di
pranzo siamo da te". Ci guardiamo. I due carrettieri in attesa,
attaccando la chiamata e scoppiano in una fragorosa risata pensando a Salvatore che ci sta raggiungendo in bici dall'orto con il cellulare
scarico e pochi spiccioli nella sacca. Chissà quando arriverà. E se arriverà.
Quando suona Totò, il
cuore si accende, le oscurità della mente si dissolvono dietro tonalità
siciliane e il giovane cantore si prende tutta la scena. L'abitacolo
della macchina sembra un teatro e chi sta in torno diventa uno
spettatore attento. Le parole hanno una profumo dolce che ti circonda
tra le note spezziate. Spizzichi di chitarra e lamenti che vengono dalle
radici e si ė immersi nel profondo. Siamo sul percorso. La
strada ė molto lunga, un semicerchio di 2300 kilometri intorno al Mediterraneo per approdare a Toulouse. E si ha modo di raccontarsi. I
due cantori accompagnano pensieri di casa mentre le distanze aumentano.
Vibra il tamburo con un suono denso e continuo non lasciando spazio
alla pace e le paure si sfidano nei vari dialetti del sud. "Te privaru da
libertà, nu putemu scurdari". Frasi che vengono dalla rabbia. "E' u
munn campagnuole che sta scumparenn!". E dalla consapevolezza che
l'urbanizzazione ci rende soli e inadeguati. Viaggiare assume un
senso di sfogo e un modo per rassicurarsi.
I Pirenei sul
lato sinistro del quadro a tonalità rosee che si impressiona sul
parabrezza della jeep. Distese della lanque doc, trenta ore dopo Nicotera
il carretto segue le linee autostradali con determinazione trasportando
al suo interno Toto, Alberto, Paolo e Giordano. Un mare di pucce,
taralli, arance e mandaranci, vino e frise, passate, cesti, panari e
tamburi, scope e scopazze, sonarelli, flauti, zappe e zappette. Un mondo
così meridionale da sembrare un artificio teatrale. Orgogliosi della
bellezza che trasportiamo percorriamo gli ultimi scorci di campagna
francese prima di arrivare, come attori in procinto di entrare sul
palcoscenico.
Paolo Giordano Totò Alberto
*** La
tappa finale sarà Posillipo, il 20 di dicembre. Il cuoco, un vecchio amico di Giordano, avvocato nel foro partenopeo con la
passione per la cucina. Toti! Giordano suggerisce pesce, io frise...fa un
pò tu!
