giovedì 30 ottobre 2014

Il carretto. Divise e linguaggi.

Partiamo dal genuino il giorno dopo il mercato. Direzione Teramo o TerrAmo come enuncia Mario il poeta, bizzarro personaggio fanatico della decrescita, autore dell'economia poetica che conosciamo da alcuni anni perché ondeggia tra i banchi del mercato e partecipa ai dibattiti durante l'incontro nazionale. Tra i suoi scritti ė giusto ricordare "botanica visionaria" testo accompagnato da illustrazioni fotografiche di immaginifiche istallazioni di natura morta. Siamo arrivati a Pesaro sabato notte, giusto il tempo per saltare tutte le assemblee. Questo viaggio si ė sviluppato un po' in rincorsa rispetto ad un programma che non abbiamo. 


La domenica il carretto dà il meglio di se. Identifica uno spazio dove esprimersi, completa le procedure di apertura e comincia a cucinare. Intorno a lui si muove a passo svelto l'addobbo dei banchi. Il Sauco sciabola il suo caciocavallo e lo spalma su fette di pane integrale, le bolognesi mescolano il calderone di verdure che ribolle, Bio aromatizza l'aria con i suoi "umbreggi", cavatappi suonano musica tribale. Tutto questo mentre Gabriele lentamente capa la bietolina per la minestra. Calmo e assorto come se fosse nella cucina di casa sua. Imperturbabile. Salvatore ispirato prende possesso del palco e le sue note siciliane squarciano l'aria. Musici e giocolieri si aggregano nell'euforia dei colori. Danze moderne completano gli spazi. Il carretto come in un viaggio d'altri tempi trasporta sapori odori e narrative, intrattiene relazioni, lascia sementi, racconta ciò che custodisce al suo interno e lo trasforma. 

Ė notte quando arriviamo da Rosa e Mario a Varano. Non c'ė luce ne elettricità, per scelta, dicono. Il luogo ė meraviglioso, un piccolo borghetto ai bordi di una valle. Uno spazio che ha provato a dare luce a tentativi di riabitazione senza molto successo. Il nostro approdo non ė casuale. Vorremmo invitare Mario - come trasformatore della parola - sabato a Roma dove ci fermeremo per un paio di giorni. Incontreremo alcuni amici che amano la creazione come forma di linguaggio e gli offriremo una cena condita delle nostre storie. Le storie che abbiamo incontrato nel viaggio. I piatti sono in elaborazione con Stefano, un cuoco che ha sposato la causa e ci sta aiutando. Ci fermeremo in un vecchio abitato contadino situato al mandrione. Poi, come dice Mario, ci sarà un happening. "Un happening? Che cazzo ė un happening?", chiede Paolo perplesso a Giordano. "Niente, Paolo. Non ti preoccupare. E' semplicemente qualcosa che accadrà". 

Abruzzo, terra di lupi, di pecore, poche, e di brave persone, tante. Giriamo con il nostro passo lento tra le vette innervate del Gran Sasso, avvolti da una fittissima nebbia generata dalla condensa. Piccoli paesi sulle rive disegnano i limiti del lago di Campo Tosto. Il freddo si fa penetrante. Già la notte prima, nel borghetto di cui sopra, siamo stati costretti ad accendere un gran fuoco per riscaldarci. Un fuoco tale da spingere la piccola comunità esistente a chiamare i carabinieri. "Documenti?". "Prego. Siamo solo agricoltori in ritorno verso casa. Abbiamo olive, formaggio, vino e pane". Il maresciallo scruta dall'abitacolo la divertente ciurma alle prese con fuochi e pentole. "Che preparate?". Il tono ha già assunto un chiaro segnale di simpatia. Scende dalla macchina. "Anch'io sono un contadino". "Olive cotte alla cenere e zuppa di fagiolini...vuole assaggiare?". Senza alcun indugio il militare apre le mani e accoglie i doni. Passano i minuti e i documenti tornano ai proprietari (tutto in regola) ma i nuovi commensali non cennano a muoversi. Si parla la lingua delle pratiche, c'ė chi costruisce lampade a olio fritto, chi sminuzza sponsi e chi sposta la brace in una zona più consona. C'è sintonia anche se si parlano dialetti distanti. Il freddo avvicina gli animi che iniziano a coesistere. Tante chiacchiere di storie antiche e di pensieri moderni riscaldano il cuore. 

Tra le montagne del Gran Sasso il cuore non è sufficiente. Abbiamo bisogno di un posto dove riposare, anche perché il brusco calo di temperatura ha generato accenni di influenza. Il lago che circumnavighiamo ė suggestivo. Passiamo per Campo Tosto e ci fermiamo nella piazzetta in cerca di consigli. Due anziani si avvicinano. Medardo e Alfredo. Chiedono lumi sul nostro carretto ed ė subito scambio: pizza di pecorino e patate per una boccia di vino e una luffa. Si riparte per Mascioni dove ci hanno indicato una locanda per la notte. Mino (da Domenico) arriva completamente in divisa: polizia provinciale de l'Aquila, grigia, color nebbia come quella appena incontrata. Ė il padre della titolare, che dell'albergo non se ne occupa più. Lo convinciamo in un attimo ad affidarci le chiavi della sua cucina. Il carretto regala farina di kamut, pomodorini gialli, melanzane, aglio rosso di Sulmona, qualche erba aromatica. Dopo un'oretta la pasta ė pronta. Apparecchiamo per sei nella sala. A vederci da un altro tavolo sembreremmo una combriccola di amici che si conoscono da tempo e che si narrano aneddoti comuni. Il liquore genziana suona il gong di chiusura della serata.  

Mino ė già sveglio e si fa colazione insieme, giusto un caffè prima di andare ed un ultimo sguardo al carretto e le sue meraviglie. Toto prende una puccia, Francesco una boccia di vino, Gabri e Giordano luffe e passate. Il pernottamento ė stato barattato. Mino ė una gran brava persona e ci piace ricordarlo uscendo dalle montagne.

martedì 28 ottobre 2014

Puglia. Giovanni: trasformazioni ed emozioni



















Giovanni ci aspetta da un po'. Ė in cucina e non spreca il suo tempo. Le mani premono con decisione nel lavandino le ultime verdure estive dell'orto. L'aceto residuo fuoriesce dalla retina che le contiene. Sta preparando le conserve, una montagna di melanzane tagliuzzate omogeneamente, riposate in aceto e poi strizzate con vigoria, fino all'ultima goccia. Domani c'ė il GAS a Lecce e deve sbrigare tutto il necessario. È molto concentrato ma noi siamo in ritardo è questo lo innervosisce.  Campi, Carmiano, Monteroni. Giriamo a sinistra intorno al paese, imbocchiamo la stradina di Sant'Oronzo, passiamo la chiesetta del santo, che non c'ė più. "Veloci, che Giovanni s'incazza". Entriamo. Lui è già la, ci ha sentiti . Sorride. "Avete fame?". 

La  casa che lo ospita ė divisa in due settori specifici: uno per dormire, l'altro per mangiare. Due piccoli e discreti edifici circondati da un giardino di agrumi, fitto e variegato. Un gelso centenario sovrasta alberi da frutta. Una vigna di malvasia bianca e nera, un'infinità di utensili di ogni dimensione e materiale in attesa di comando, fermi come soldati. Giovanni ė nato li, nel mezzo, dove ora abbiamo parcheggiato il carretto. E' difficile definirne l'età. I capelli lunghi e lisci da Cheyenne, il viso serio che sa di oriente su di un corpo tozzo e compatto. Le mani forti. Scendiamo dal carretto ed entriamo nel suo mondo. 

Nella casa del mangiare, subito si mangia. La tavola offre pucce e formaggio, vino e sott'olio. Ci sediamo intorno. Mangiamo voracemente. Prima, una piccola fase di studio, doverosa per chi fa le cose con meticolosità. Poi una densa chiacchierata. "L'inula è un gran peronospororico", dice Giovanni con gran entusiasmo. "Ne siamo pieni ma non so ancora come estrarla". Intorno a lui, immagini di pozioni, preparati, impasti, decotti: sperimentazioni e ricette per una vita in sinergia con il suo regno. Si ha la percezione del rapporto diretto che quest'uomo ha con le sue mansioni, un forte e penetrante senso protettivo cercando di conservare la loro essenzialità senza portarsi dietro il superfluo. Infondo deve economizzarle per portarsele dietro tutte. Ė solo. E le cose sono tante. Tantissime. Nella stanza accanto c'ė un forno grande quanto l'intera parete, il cuore pulsante dell'abitato, un monumento in pietra e mattoncini costruito rigorosamente da lui e null'altro. Anzi no, anche un tavolino e un divano. In questo luogo, domani faremo le pucce. Ora ci distendiamo sulle brande. 
 
La mattina seguente noi stiamo già tutti li in attesa ,quando si presenta il padrone di casa. Pochi istanti e tanti velocissimi movimenti in seguenza e sulla tavola si presenta un frullato di frutta e aloe per cominciare. Biscotti con impasto di marmellata, un caffè mentre lui è già tra farina e lievito madre a preparare l'infornata. Ogni venerdì mattina Giovanni accende il fuoco. Una macchina color crema gira l'impasto. Intorno a noi elementi cominciano ad unirsi creando nuove forme e strutture necessarie per continuare la loro esistenza mentre con cura supervisiona il processo di metamorfosi. Trasformare, nella cultura contadini, ė una pratica molto legata ai processi di conservazione dei propri prodotti. La puccia, infatti, è un impasto fatto con tutto ciò che rimane, più o meno. C'ė cipolla, pomodoro, olive, verdure. Un pane rinforzato. Francesco trasporta grosse frasche d'olivo per preparare la fornace così altre ben cinque o sei attività hanno visto la luce grazie ad un suo cenno: bottiglie di vino vengono risciacquate altre ne vengono riempite, le melanzane entrano nei vasetti difformi e in poco tempo la montagnetta scompare. La cucina prepara il concerto di pranzo con tajetta di verdure al forno e noi da stupiti osservatori cerchiamo di non intralciare il suo fluire. Quest'uomo sembra un maestro d'orchestra che monta sul palco ed ogni mattina innesca questo operoso agire tra i suoi utensili e macchine. I tempi li decide lui e a fine giornata c'ė da stare sereni che nulla ė stato dimenticato.Il  legame personale che Giovanni crea con ogni suo oggetto ė così profondo e determinante che sfiora l'emozione.  

Ė quasi ora di partire, la mattina dopo. Il mercato GAS di Lecce ė andato, come al solito. "Se non ci fosse questo non ci sarebbe nulla", spiega Giovanni quando scambiamo con lui ciò che gli ė rimasto dal giorno prima. Pucce, taralli, biscotti, sott'olii (giardiniera peperone melanzane), vino bianco e rosso (malvasia e negramaro) grappa e nocino. "Si, ma qualcosa te la vendiamo?", incalza Salvatore. "Quello che riuscite, il resto poi si vede". 

Con infinita dolcezza Giovanni chiude lo sportello della macchina e ci saluta. Partiamo per il Genuino Clandestino. Pesaro.

venerdì 24 ottobre 2014

Il carreto vien narrando


Squilla il cellulare. "Cazzo! Che ore sono?". La sveglia era alle 4.30 ma non ha ancora suonato. Lo squillare insistente obbliga a scendere dal letto, muoversi a tentoni, sbattere sugli spigoli presenti nella traiettoria, bestemmiare i santi, giustificare alla moglie il volume della suoneria. "Prooonto?! Sei sveeeglio?". Ė Totò. Accento marcatamente siciliano, anzi alcamese. Voce energica. "Certo! Toto!". 

Fisicità corpulenta e villosa, guscio di attitudini sensibili e instabili. Un contadino, cantore di ventisette anni che pare averne cinquanta. "Sono indeciso se venire o meno. Non so cosa portare". Forse Totò non ha nemmeno dormito. "Passate? Liquirizia? Luffe?". "Luffe! Ecco, si, luffe. Portane tante!". È stata dura convincerlo a partire. Totò, Salvatore Fundarò, si prende cura di un orto millenario perimetrale al santuario della Madonna dei Miracoli: l'Orto dei Miracoli. Un miracoloso angolo di terra. Tre ettari di terreno cittadino estorto con tenacia alla cementificazione. Una striscia di terrazzamenti che accompagna la collina su cui sorge Alcamo. Al suo interno è praticata un'agricoltura naturale ai limiti dell'ortodossia. Non c'ė diserbo, nè chimico né meccanico. Le piante vivono in totale armonia con quelle che noi siamo abituati a chiamare "erbacce". Varietà di ortaggi e frutta coesistono creando un quadro impressionista di notevole suggestione. Rigagnoli di acqua scorrono attraverso un sistema ingegneristico che viene dalla cultura araba. Animali adempiono il loro ruolo esistenziale. "Porta tutto ciò che hai Totò, basta che vieni!".

La telefonata finisce, il fornello si accende. Caffè. Lunga giornata. Ultimi preparativi per la partenza. Un cannone e dieci minuti per capire di essere svegli. Nella testa si costruisce l'abitacolo della jeep rossa che trainerà il carretto: Giordano alla guida, Totò alla chitarra, Paolo e Gabriele alla polemica sull'etica del cibo. 
Gabriele - in arte Conte Zeviani Pallotta - ė  un rampollo della borghesia romana molto attento alle questioni alimentari, come gran parte dell'elite intellettuale. Il Conte ė un consumatore compulsivo di macrobioshop, di quelli che credono che comprando solidal stanno cambiando il mondo o, se non ė possibile, almeno il loro karma o dosha o qualcosa del genere. Per noi il Conte è un fine selezionatore di cibarie sane e nutrienti. Un suo trisavolo di origini cerignolane, Galileo Zeviani Pallotta, ė stato autore alla fine dell'ottocento di un piccolo testo sull'agricoltura: "Lettere Agricole Popolari". Lo si è letto, se non altro per compiacere la madre, discendente dell'intellettuale. Una donna di un incredibile eleganza e dolcezza, degna di aver dato alla luce un Conte, appunto. 
Fuori dalla jeep c'ė Francesco. Si muove a passo di footing. In tuta e scarpe da ginnastica, regge il ritmo lento e continuo del nostro agire. Francesco di Andria, 19 anni vissuti alla velocità di un motorino truccato. Uno di quelli che sfreccia scappando sempre da qualcosa. Nel carretto, abbasserà la media dell'età. E porterà un pò di tatuaggi.
Stasera l'appuntamento è a Monteroni, Lecce. Si farà del pane, si prenderà del vino. Da Giovanni, l'uomo del fuoco, che sta sempre vicino al forno.